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(Dal racconto di queste storie ho tolto i nomi per evitare
il rischio di qualche querela)
Il primario: “Una vita da calunniato”
Il capo del
reparto di radioterapia di C.....
racconta la sua storia
di emarginazione professionale: “Tutto è cominciato perché mi
rifiutavo di dirottare i pazienti
sull’ambulatorio privato di un collega”.
Dirigenti,
direttori, primari d’ospedale, nessuno e risparmiato dal mobbing.
Questa storia comincia nel 1981 ed oggi dopo vent’anni è ancora
lungi dal risolversi. Una storia che
sembra tratta da
un romanzo o da una pellicola cinematografica. Un primario, un
medico che svolge bene il suo lavoro, si rifiuta di sottostare ad
alcune regole ambigue, viene seguito e spiato da un investigatore,
sottoposto ad ogni genere
di vessazioni e persecuzioni per finire
di fronte a una commissione disciplinare.
Sembra
fantascienza e invece è realtà. La voce di G.M., primario del
reparto di radioterapia dell’Ospedale di C..., trema nel
raccontare la vicenda. “Tutto comincia nel 1981 — spiega G.M.
— un collega, un ex primario, costituisce insieme a tre colleghi
uno studio privato. Vengo sollecitato più volte dal collega a
dirottare i pazienti dell’ospedale nel suo studio privato. Mi
rifiuto però di ipotizzare che un malato debba pagare ciò che può
avere gratis in una struttura pubblica. Così, mi rifiuto di
mandare i pazienti nello studio del collega”.
Comincia
così la sua odissea nel mobbig. G.M. riceve una lettera della dirigenza.
C’è scritto che le sue responsabilità cliniche sono
momentaneamente ridotte. Niente paura, c’è il Tar. Il primario
vince la causa nel 1984, ma
la dirigenza dell’ospedale ricorre al Consiglio di Stato.
L’appello è nuovamente vinto da G.M.. “Da quel momento in poi
cominciano le persecuzioni -continua il professore - orari di
lavoro impossibili da sopportare, personale ridotto, soprusi
psicologici di ogni genere. Il mio contratto con l’ospedale
è a tempo definito, quindi mi aiuto lavorando in altre strutture
pubbliche. La dirigenza ospedaliera assume un investigatore
privato, e me lo mette alle costole. Mi denunciano perché dalle
indagini — assolutamente falsate — emerge che sono presente in
due strutture pubbliche contemporaneamente, cioè che lavoro in
uno ospedale e contemporaneamente sono presente nell’altro. Mi
hanno denunciato, ma il processo non è neppure andato in
tribunale per mancanza
di prove”.
Sul
finire degli anni ottanta il professore contrae da alcuni malati
l’epatite C. Ricoverato e dimesso, in tutta C... cominciano a
circolare voci diffamanti secondo cui sarebbe stato lui, G.M., a
contagiare i malati. Nel 1991 il primario fonte di tutti i suoi
guai muore, e G.M. pensa che le sue disavventure siano finite. Ma
l’opera di mobbing continua. Al professore viene affidato il
ruolo di primario della divisione di radioterapia ma viene spesso
lasciato solo, gli assistenti gli vengono assegnati e dopo sei
mesi trasferiti in altri reparti. “Avevo deciso di prendermi un
po’ di ferie, ne avevo accumulate molle, circa 100 giorni. La
direzione
—
tramite una lettera — mi vieta di entrare in ospedale. In
sostanza non potevo aver nessun contatto con i colleghi e con i
malati durante il periodo di ferie”.
La
dirigenza ospedaliera istituisce un concorso per il reparto di
radioterapia. G.M. partecipa e vince insieme ad altri quattro
colleghi. Il primariato, però, non viene affidato a G.M. ma ad un
altro concorrente. La motivazione? Il concorrente è più giovane
di due anni di G.M., quindi più efficiente. Ma il collega cui
viene assegnato il reparto è un pensionato, e non si presenta mai
in ospedale per quasi
due anni. G.M. svolge ugualmente le mansioni di primario. Dopo un
anno e nove mesi di assenza, il
primario-fantasma
viene finalmente destituito.
Viene
indetto un nuovo concorso settennale per medici di età non
superiore ai 58 anni. G.M. compie il suo sessantaduesimo anno di
età e quindi è automaticamente escluso. Subito dopo, una
commissione disciplinare, istituita dall’azienda, sequestra la
documentazione clinica di trenta pazienti al primario G.M. con la
motivazione di far luce sull’operato del professore.
“Attualmente sono in ferie - dice ancora G.M. - ed ho fatto
ricorso direttamente al Presidente della Repubblica Italiana, sono
venti anni anni che subisco questo genere di angherie e non ce la
faccio più”.
La
vicenda raggiunge il culmine quando, a marzo 2000, un colpo di
pistola sparato nella notte squarcia i vetri dello studio del
professore finendo sulla poltrona dove era solito sedersi. Per
fortuna in quel momento la stanza era deserta. La voce di G.M. si
fa più amara, quasi sconsolata “Queste cose ti inducono alla
follia, ti portano fino allo stremo delle forze. Pensano che prima
o poi esploderai, quante volte sono stato sul punto di farlo....
Poi mi sono fermato, ho ragionato, e sono giunto ad una
conclusione: la pelle di questi delinquenti non vale un mio
sacrificio”.
Il
musicista: “Stonavano per accusarmi”
“Le
prime trombe non mi volevano nell’orchestra,
steccavano apposta in modo che il direttore potesse accusarmi”.
“Mi veniva negato qualsiasi rapporto umano con la scusa che
avevo un cattivo carattere”.
Questa
è la triste storia di un musicista professionista oggetto di
scherno, derisioni e vessazioni da parte dei colleghi. In una
parola, mobbizzato. E’ lui stesso a raccontarla, utilizzando
internet - il sito è www.musicmobbing.it - come strumento di
diffusione per un accorato appello. La vita di un musicista non è
facile, si sta spesso in tour, lontano da casa, con la valigia
sempre pronta.
Paolo
Mattei suona la tromba. Il suo lavoro consiste nell’accompagnare
le prime trombe delle grandi orchestre. Da sempre collabora con i
più grandi teatri lirici italiani, con contratti a tempo
determinato, ma nell’estate del
1999
comincia la sua discesa nel mobbing. “In breve tempo e senza
neanche sapere il perché sono diventato oggetto di provocazioni
da parte di colleghi che, incoraggiati dalla direzione artistica
dell’ente, hanno diffuso ogni genere di maldicenze,
sottoponendomi a continue critiche che rasentavano la
persecuzione”.
Quando
viene chiamato a svolgere il suo compito di seconda tromba gli
viene detto che si tratta solo di un incontro informale. Il realtà
si tratta della prova generale di un’opera importante e Mattei,
senza aver potuto effettuare le prove e senza essersi esercitato
su una partitura, risulta ovviamente poco idoneo. “Poi, compresi
- spiega il musicista - che quello era un modo come un altro per
poter facilmente dimostrare la mia non idoneità a quel ruolo”.
Quando il gruppo parte in tourneè, Mattei siede regolarmente al
fianco dei primi strumenti ma gli viene negato qualsiasi tipo di
contatto umano, i colleghi gli si rivolgono solo per ragioni
strettamente connesse al lavoro, escludendolo da qualsiasi iniziativa
del gruppo: Ma quali pranzi, quali cene, Mattei non viene invitato
neppure a prendere un caffè.
Il
direttore artistico degli eventi contattò direttamente il
trombettista dicendogli in modo intimidatorio che deve adeguarsi a
tutto ciò che vogliono le prime trombe. “Ogni suo problema,
ogni incomprensione deriva dal suo non rispetto dei colleghi e
dalla sua poca voglia di svolgere la professione”, è il
giudizio secco che il direttore gli sbatte sul muso. La
persecuzione continua fino al punto in cui il giovane Mattei viene
estromesso dalle attività dell’orchestra. Le motivazioni sono
che non riuscirebbe ad andare all’unisono con gli altri elementi
del gruppo, in pratica stona quando, in realtà, sono gli altri a
stonare. “Immaginare quant’è piacevole - si sfoga Mattei -
quando in un unisono ci si accorge che il collega stona
appositamente la nota, per farti sbagliare accusandoti della
cosa”.
Tornato
a casa, Mattei viene bersagliato da una serie di lettere di
richiamo che hanno il sapore di un avvertimento. Stanco della
situazione Paolo Mattei ha portato la cosa in tribunale.
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