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LA
STRAGE DI BHOPAL
Biella
6/12/2004
Gentile
Direttore
Sono
trascorsi venti anni dalla strage di Bhopal, una città a sud di Nuova
Delhi, dove la multinazionale americana “Union Carbide” costruì uno
stabilimento per la produzione di pesticidi. L’impianto, costruito in
India per ridurre i costi, aveva bassi parametri di sicurezza che non
sarebbero mai stati consentiti in un paese occidentale. Nella notte tra
il 2 e 3 dicembre 1984, un “incidente” causò la fuoriuscita di una
notevole quantità di gas metil-isocianato che causò la morte di circa
10.000 persone. I sopravvissuti non hanno avuto sorte migliore: o hanno
contratto malattie invalidanti o sono morti nei mesi o anni successivi.
Greenpeace ha stimato che da allora sono morti circa 20 persone al
giorno per gli effetti di quel gas mortale. In 20 anni, quindi, sono
morti circa 146.000 indiani. Se escludiamo una minima quantità di
dollari per risarcire le vittime, ancora oggi i veri colpevoli non hanno
pagato ed il governo nordamericano ha tutelato i responsabili
rifiutandosi di concedere l’estradizione affinché siano giudicati.
Chi,
come chi scrive, si riconosce in quella corrente culturale liberal, o,
per intenderci, “alla maniera di Gore Vidal”, che contesta la
sostanziale ipocrisia della democrazia americana, non può evitare di
riflettere sulla asimmetria di risposta che la dirigenza nordamericana
ha dato al terrorismo dell’11 settembre e a questi fatti di terrorismo
capitalistico e multinazionale, infinitamente più gravi, che il fluire
del tempo stempera nell’oblio.
Diego Siragusa
Pubblicata su "La
Stampa" del 7/12/2004
ATAP:
l'intervento delle istituzioni non ha cambiato nulla
Biella 31/3/2004
Gentile Direttore,
nonostante la mia mozione sullo stato critico dei
rapporti tra ATAP e lavoratori fosse stata recentemente approvata dal
consiglio comunale di Biella con un solo voto di astensione, abbiamo
pensato in molti che i dirigenti dell’azienda avrebbero fatto qualche
riflessione autocritica per riconoscere i sacrosanti diritti dei propri
dipendenti e ristabilire un rapporto di civiltà del lavoro. I fatti,
invece, registrano un’involuzione che obbligheranno tutti coloro che
esercitano pubbliche funzioni elettive a decidere azioni drastiche e
risolutive. Infatti la richiesta sindacale di un aumento di € 54
mensili dal 1/1/2004 e di € 2.000 di una tantum per sanare il passato,
è stata respinta dall’ATAP.
In esecuzione di una richiesta contenuta nella mia
mozione, il sindaco di Biella ha incontrato il 25 marzo le RSU che hanno
potuto informarlo sullo stato della trattativa sindacale con particolare
riferimento alla posizione di chiusura assunta dall’ATAP con la
proposta formulata in data 18/3 che si limita a proporre solo un aumento
di €20 dal 1/4/2004 più € 15 dal 1/1/2005.
Susta, pur affermando che la richiesta di €.2.000
di una tantum per il passato è considerevole, ha però compreso che in
azienda sono completamente assenti le relazioni industriali e che
l'involuzione determinatasi a causa dell'attuale proposta favorisce lo
scontro tra azienda e lavoratori.
Si è, inoltre, evidenziato che la retribuzione
aziendale nelle altre aziende di trasporti piemontesi è superiore in
media di €.100. Le RSU hanno detto che il ricorso alle ore
straordinarie in ATAP è strutturale ed in tal modo l'azienda ha evitato
di assumere almeno 25 persone.
L'Amministrazione comunale ha affermato di
riservarsi qualche soluzione qualora sia comunicata la rottura delle
trattative sindacali e quindi proclamato lo stato di agitazione.
Nei giorni 30 e 31 si sono svolte le assemblee dei
lavoratori nelle sedi ATAP di Biella, Alice,Vercelli e Pray ed a grande
maggioranza hanno deciso di mantenere la richiesta di €54 mensili
lorde ed una disponibilità a rivedere la cifra una tantum di € 2.000.
Vi è stata solo l’opposizione di alcuni dipendenti dal 3° livello in
su che sono circa il 10% del totale.
In questo contesto è diventata attuale la causa
pendente in Tribunale che contrappone gli impiegati e gli addetti dell’officina
all’Azienda, per una decisione del Direttore riguardante il conteggio
delle ferie decurtato di cinque giorni. Se il Direttore e qualche membro
dell’Esecutivo fossero mossi da buona volontà, potrebbero rimuovere
immediatamente quest’assurda contesa giudiziaria che è il segno di
primitive relazioni industriali. Comunque lo stato delle cose descrive
una dirigenza impegnata in atti di forza contro i dipendenti col
proposito di "normalizzarli" con la tecnica del
temporeggiamento e della divisione. Sono ormai maturi i tempi, in vista
delle prossime elezioni, per azzerare questa dirigenza imbolsita dall’assuefazione
al privilegio ed al potere e sostituirla con una nuova sensibile ed
attenta ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.
Diego Siragusa
Consigliere comunale
(Pubblicato su "La
Stampa" del 2 aprile 2004)
GLI
AUGURI NON GRADITI DI SCANDEREBECH
Gentile Direttore,
il 1° marzo è il mio
55° compleanno: sono solito festeggiarlo coi miei familiari e ricevo
gli auguri da amici particolarmente affettuosi. Ieri ho ricevuto gli
auguri da uno che non mi conosce e non mi ha mai visto: si chiama
Deodato Scanderebech. E’ un consigliere regionale dell’U.D.C. , gli
ex democristiani, e so dalle cronache, che ha cambiato diversi partiti
ed è famoso per essere una “macchina delle preferenze”. Appartiene
a quella manovalanza politica che ho combattuto e combatterò per tutta
la vita. Proviene da una comunità albanese del Sud e si rivolge a me
come uomo del Sud. Nella cartolina, che qui allego, mi rivolge gli
auguri di compleanno “nel ricordo sempre presente della nostra amata
terra”. Questo metodo subdolo e squallido di accaparrarsi i voti è
molto diffuso tra i politicanti del centrodestra e denota una
inclinazione all’ipocrisia e all’untuosità più appiccicosa che ha
effetti devastanti sulla Politica. Nel Biellese ve ne sono alcuni che
inviano regali a chi festeggia le nozze d’oro o d’argento,
congratulazioni ai genitori per i loro neonati e a tutti quelli che
festeggiano il loro compleanno. Costoro costituiscono la manovalanza
della disoccupazione politica: sono quelli che senza la politica
dovranno cercarsi un lavoro o un’altra occupazione per mantenere il
loro stile di vita. Per questa ragione si candidano come sindaci di
altre città e in tutte le assemblee elettive possibili. Sono la
perfetta clonazione di Berlusconi. Se alle prossime elezioni i cittadini
faranno una sonora pernacchia a questi questuanti della politica e col
loro voto li manderanno in pensione per sempre, forse noi idealisti,
combattenti della politica pulita, avremo una speranza in più e un
cruccio in meno. Ma credo che subiremo una ulteriore delusione.
Diego Siragusa
(PUBBLICATO SU VARI GIORNALI
LOCALI NEL MESE DI MARZO 2004)
RISPOSTA
A MARIO PORTA SU SCANDEREBECH
Biella 11
marzo 2004
Gentile Direttore,
leggo su “La Stampa” di oggi una lettera
squinternata del sindaco fallito Mario Porta che mi svillaneggia a
sangue freddo senza essere stato chiamato in causa e per una questione
che neanche lo riguarda. Il pretesto è la squallida cartolina di auguri
per il mio compleanno che mi ha inviato il consigliere regionale
dell’UDC Scanderebech, persona che non conosco e da cui non sono
conosciuto. Mi sono indignato per questo accattonaggio politico che è
un metodo diffuso tra gli esponenti di centrodestra. Cosa c’entra
Mario Porta e che cosa vuole da me? Chi lo ha chiamato in causa?
In Italia e all’estero vi sono numerosi studiosi che hanno
osservato la mutazione antropologica che il berlusconismo ha introdotto
in Italia con effetti devastanti nei comportamenti, nello stile politico
e nei modi di pensare. Aver detto che molti esponenti di centrodestra
sono una clonazione di Berlusconi è stato sufficiente per alterare
questo mancato sindaco che il suo partito ha messo in un angolo come un
cencio preferendogli Mello Rella come candidato sindaco di Biella.
Evidentemente il Porta gode ad essere maltrattato e dunque non mi tiro
indietro pur di farlo godere. Adesso capisco perché ieri sera, durante
la serata del Panathlon a cui ho partecipato in rappresentanza del
Comune di Biella, il Porta mi guardava intimidito e imbarazzato: aveva
mandato ai giornali il frutto delle sue idiozie ed era tormentato da
qualche senso di colpa. Rilassati, caro Mario, lascia perdere la
politica; torna al tuo mestiere. Dici che quella di Berlusconi è “la
filosofia dell’azione”? Leggi qualche pagina di Kant, Blondel, Fiche
e dei pragmatisti americani e poi avrai qualche idea più chiara. Per il
momento, se vuoi convincerti che quella di Berlusconi è “la filosofia
delle cattive azioni”, leggiti la sentenza su Previti e le minchiate
che avete fatto per costruire lo scandalo “Telekom-Serbia” e che ora
i magistrati hanno scoperto. Si rilassi, architetto Porta… anzi: “Ma
mi faccia il piàcere!” – avrebbe detto Totò.
Diego Siragusa
(Pubblicato
sui giornali locali nel mese di marzo 2004)
LA
VARIANTE DEL NUOVO OSPEDALE DI BIELLA
Gentile
Direttore,
alcuni mesi or sono commentai la perizia di variante
suppletiva del nuovo ospedale citando un passo del verbale del mio
intervento in consiglio comunale del 21/9/1998 in occasione della mia
richiesta di audizione del Direttore Generale dell’ASL 12 di Biella,
ing. Zenga. Dissi cinque anni fa: “ … esistono dubbi sui terreni
dove verrà eventualmente edificato il nuovo ospedale. Infatti, quei
terreni sono attraversati da una roggia che comporterà tutta una serie
di interventi di bonifica: chiedo se sono state fatte tutte le perizie
idrogeologiche del caso.” Zenga mi rispose così. “Le perizie in
ambito idrogeologico verranno concordate con lo stesso Comune e con la
Provincia”. Affermazione misteriosa e acefala. Quella mia
preoccupazione si rivelò fondata e, dopo le piogge intense del giugno
2002, la Direzione dei Lavori prese atto di una “sorpresa geologica”
(sic) relativa alla falda freatica interessata dall’acquifero. Che
fare? Estensione della impermeabilizzazione, costruzione di cunicoli
drenanti per l’allontanamento delle acque, nuovi locali tecnici e
pompe di sollevamento delle acque di falda. Con lettera del 26/5/03, il
Responsabile del procedimento, ing. Amoroso motiva la variante ed il
relativo quadro economico. Sorprende l’omissione dell’assessore
regionale D’Ambrosio nella risposta all’interrogazione di Ronzani
che gli chiede conto del costo di questa variante che lo stesso
D’Ambrosio definisce conseguenza di “errori ed omissioni”. Ma i
costi sono noti. Con deliberazione n.362 del 24/6/03 il Direttore
generale dell’ASL 12 ha deliberato il provvedimento conseguente che
prevede euro 658.867,05 come costo di perizia. A tutto questo si
aggiunga: euro 1.189.623 per l’incarico affidato ai collaudatori in
corso d’opera, e di euro 848.154,84 per altre spese tecniche dovute ad
attività di consulenza, supporto ed incentivo ex art. 18 della Legge
109/94. La relazione di Amoruso, che incautamente definisce la variante
“imprevista e imprevedibile in sede i progettazione”, si conclude
con queste parole: “Le somme sopra evidenziate concorrono a formare
l’importo complessivo, con altre dovute per oneri vari (IVA, INPS e
CNPAIA 2%) di euro 3.064.082,56 che dovranno essere accantonate dalla
previsione riportata sul precedente quadro economico degli
imprevisti”.
In conclusione: nonostante nella relazione generale del
progettista dell’ospedale, arch. Mauro Strata, si legga testualmente
al capitolo 2, pag. 4: “Tutta l’area è attraversata da rogge e
canali di irrigazione a fondo naturale, che si sviluppano secondo
precise direttrici, subparallele tra loro e normali alle linee di
massima pendenza…”, a nessuno è venuto in mente di valutare la
necessità di prevedere nel progetto l’eventualità che un evento
alluvionale, in quel terreno, avrebbe compromesso la stabilità del
futuro edificio. “Errori ed omissioni”, dice D’Ambrosio? Allora
chi pagherà?
(Autunno
2003)
TREMONTI
E BERLUSCONI
Gentile
Direttore,
un
istituto demoscopico mi ha inviato una e-mail, credo su commissione
dell’attuale governo, invitandomi a rispondere ad una serie di domande
tra le quali quella relativa al mio reddito se minore o superiore a
quello dell’anno precedente. Tra perdite di Borsa, ritardato rinnovo
del contratto di lavoro, aumento dei prezzi ecc. ho dovuto dichiarare
una diminuzione di reddito che ho dovuto contrastare con una riduzione
dei miei consumi. Ma in questi anni c’è qualcuno che può dire di
avere veramente guadagnato grazie al governo Berlusconi?
Ho trovato tra le mie carte il ritaglio d’un articolo di
Roberto Giovannini pubblicato su “La Stampa” del 6/3/2003 e, a causa
dell’imminente attacco all’Iraq, rimasto trascurato. “Nel 2000
Berlusconi – scrive Giovannini – aveva dichiarato un reddito
imponibile di 13,7 miliardi di lire e nel 2001 (anno in cui ha vinto le
elezioni) è salito a quota 21,8 miliardi (con un aumento di 5,1
miliardi). Nel 2001 Tremonti, dopo soli sei mesi di governo, è passato
da 9,7 miliardi di lire di reddito imponibile del 2000 a quasi 297
milioni. E, grazie a oneri deducibili per 300 milioni, addirittura il
ministro dell’Economia e delle Finanze è andato in credito
d’imposta (di lire 3 milioni).” Questo articolo è attualissimo
poiché in questi giorni il senatore dei comunisti italiani, Pagliarulo,
ha divulgato, senza smentite, i guadagni in Borsa delle società
controllate da Berlusconi saliti a 1.732 milioni di euro rispetto
all’anno scorso. Con le partecipazioni dirette in Mediaset, Mediolanum
e Mondadori Berlusconi ha ottenuto al 24/12/2003 un valore di 7 miliardi
e 718 milioni di euro con un incremento rispetto all’anno precedente
di un miliardo e 732 milioni di euro, pari al 28% in più. Resto in
attesa di essere smentito da qualche trombettiere del centro-destra che
argomenta stramberie sulla stampa locale.
(Pubblicato
su "La Stampa" nel mese di gennaio 2004)
L'OMELIA
DEL VESCOVO DI BIELLA
Gentile
Direttore,
il
discorso del vescovo di Biella, in occasione di S. Stefano, è stato
irrituale ma coraggioso e opportuno. Per le prossime elezioni
amministrative egli ha messo tutti in guardia: la chiesa non sta né con
la destra e né con la sinistra, ma privilegia i valori: la giustizia,
l’onestà, la libertà, la sussidiarietà e la solidarietà. In
sintesi, dice il vescovo Mana: noi stiamo con chi realizza veramente
questi valori, con chi sta concretamente dalla parte dei poveri e non
con schieramenti politici precostituiti. E’ la riaffermazione della
dottrina sociale cattolica con un monito ad evitare “litigiosità
inutili” e a rispettare l’avversario. Due anni fa il vescovo,
ricordando il martirio di S. Stefano, additò il valore della coerenza
che ci insegnò il primo martire cristiano. L’anno scorso il cardinale
Poletti osservò che le chiese sono piene, tutti i cristiani fanno buoni
propositi, ma il giorno dopo, in famiglia, nei luoghi di lavoro e nella
società prevalgono le miserie, le bassezze e le meschinità della vita
quotidiana. In politica è lo stesso: tanti usano la religione per scopi
elettorali e farsi vedere nelle chiese è diventato un metodo di
autopromozione. Un’autorità istituzionale locale mi ha confidato di
aver visto un rampante politico biellese partecipare a tre messe in un
giorno e fare tre volte la comunione. Come laico e non credente conosco
amici cattolici che sono un esempio raro di dedizione e di generosità e
di virtù silenziose; ne conosco tanti altri che sono la incarnazione
dell’ipocrisia e dello scandalo. Ha fatto bene mons. Mana: non importa
cosa uno dice di essere ma importa cosa effettivamente egli fa per far
progredire una comunità dell’amore e del rispetto reciproco. Chiunque
egli sia. Il sindaco Susta ha integrato la riflessione del vescovo: la
chiesa non sia equidistante, ma dica la verità, “anche quando è
scomoda” e indichi la strada giusta. Parole sagge che il sindaco ha
inserito nel concetto della politica come servizio. Qui nei prossimi
mesi vedremo le buone intenzioni misurarsi con le ipocrisie. Quando
chiederemo a chi da tanti
anni ha il potere di fare un passo indietro per consentire ad altri di
formarsi come pubblici amministratori, per mettere in campo la propria
passione e la propria competenza, per evitare le degenerazioni connesse
all’occupazione prolungata di pubbliche funzioni, vedremo esercitarsi
le lotte intestine e gli aspetti peggiori della natura umana. E chi ha
applaudito il vescovo sarà il primo a rinnegarlo. Non di meno vedremo i
più ricchi concorrere con enormi masse di denaro e prevalere su quelli
più poveri che, appunto, aspirano a “servire” la loro comunità.
(Pubblicato
su vari organi di stampa all'inizio di gennaio 2004)
L'aRRESTO
DI CIRIACO FERRO
Gentile
Direttore,
dopo il recente arresto del dirigente dell’Assessorato alla
Sanità della Regione Piemonte, Ciriaco Ferro, sembra che sia imminente
un riassetto della Giunta regionale e che l’assessore D’Ambrosio
rischi di essere estromesso dal suo incarico. Conobbi Ciriaco nel 1998:
facevamo entrambi parte di una commissione esaminatrice per
l’assunzione di un medico all’ASL 12. Facemmo amicizia, complice
anche il nostro comune sentire politico. Lo sentii nei mesi successivi
per telefono per motivi di lavoro ma, recentemente, durante un paio di
incontri nella sede dell’Assessorato, stranamente, faceva finta di non
conoscermi. Il suo arresto mi ha sorpreso e, leggo sui giornali, si sta
difendendo bene davanti ai giudici. So anche, però, che i giudici
torinesi prima di decidere un arresto raccolgono prove solide, come nel
caso Odasso. Nonostante questo, gli auguro sinceramente di provare la
sua innocenza. Ma occorre rispondere ad una domanda: perché così
spesso la Sanità piemontese registra casi di corruzione? E’ un
settore dove allignano interessi rilevantissimi ed occorrono uomini
rigorosissimi alla sua guida. D’Ambrosio è un onesto e cortese uomo
d’altri tempi, certamente sa ma esita ad usare il bisturi e ad alzare
la voce quando è necessario. Se si troverà una persona capace di
sostituirlo, sussisterà un altro problema: la difesa della legalità e
la determinazione imperiosa di fare pulizia su tutto. Sono sicuro che
l’eventuale successore fallirà. In un mio libro e su vari articoli da
tempo parlo della “mafia” nella Pubblica Amministrazione”: ovvero
l’impunità di tutti a certi livelli dell’organizzazione del potere.
Da due anni i radicali hanno presentato una interrogazione a
D’Ambrosio chiedendo un’ispezione su documentate irregolarità
presso l’ASL 12 di Biella, ma tutto tace. Il consigliere Ronzani ha
sollecitato una risposta al presidente del Consiglio regionale Cota, ma
tutti se ne infischiano. Evidentemente vi sono degli intoccabili. Faccio
un esempio: il 20 giugno una dirigente di primo piano dell’ASL 12 è
stata condannata in contumacia a
18 mesi per falsa testimonianza in un processo in cui io e l’ASL
eravamo parti offese. La sentenza durissima è stata pubblicata e si può
leggere sul mio sito internet (www.diegosiragusa.cjb.net).
Conclusione? Costei è ancora lì al suo posto e nessuno la tocca. Caro
lettore, prova a immaginare cosa sarebbe successo se fossi stato
condannato io per un reato tanto grave!
(Pubblicata
su vari giornali Ottobre 2003)
L'uso
politico della religione
Gentile
Direttore,
il
discorso del vescovo di Biella, in occasione di S. Stefano, è stato
irrituale ma coraggioso e opportuno. Per le prossime elezioni
amministrative egli ha messo tutti in guardia: la chiesa non sta né con
la destra e né con la sinistra, ma privilegia i valori: la giustizia,
l’onestà, la libertà, la sussidiarietà e la solidarietà. In
sintesi, dice il vescovo Mana: noi stiamo con chi realizza veramente
questi valori, con chi sta concretamente dalla parte dei poveri e non
con schieramenti politici precostituiti. E’ la riaffermazione della
dottrina sociale cattolica con un monito ad evitare “litigiosità
inutili” e a rispettare l’avversario. Due anni fa il vescovo,
ricordando il martirio di S. Stefano, additò il valore della coerenza
che ci insegnò il primo martire cristiano. L’anno scorso il cardinale
Poletti osservò che le chiese sono piene, tutti i cristiani fanno buoni
propositi, ma il giorno dopo, in famiglia, nei luoghi di lavoro e nella
società prevalgono le miserie, le bassezze e le meschinità della vita
quotidiana. In politica è lo stesso: tanti usano la religione per scopi
elettorali e farsi vedere nelle chiese è diventato un metodo di
autopromozione. Un’autorità istituzionale locale mi ha confidato di
aver visto un rampante politico biellese partecipare a tre messe in un
giorno e fare tre volte la comunione. Come laico e non credente conosco
amici cattolici che sono un esempio raro di dedizione e di generosità e
di virtù silenziose; ne conosco tanti altri che sono la incarnazione
dell’ipocrisia e dello scandalo. Ha fatto bene mons. Mana: non importa
cosa uno dice di essere ma importa cosa effettivamente egli fa per far
progredire una comunità dell’amore e del rispetto reciproco. Chiunque
egli sia. Il sindaco Susta ha integrato la riflessione del vescovo: la
chiesa non sia equidistante, ma dica la verità, “anche quando è
scomoda” e indichi la strada giusta. Parole sagge che il sindaco ha
inserito nel concetto della politica come servizio. Qui nei prossimi
mesi vedremo le buone intenzioni misurarsi con le ipocrisie. Quando
chiederemo a chi da tanti
anni ha il potere di fare un passo indietro per consentire ad altri di
formarsi come pubblici amministratori, per mettere in campo la propria
passione e la propria competenza, per evitare le degenerazioni connesse
all’occupazione prolungata di pubbliche funzioni, vedremo esercitarsi
le lotte intestine e gli aspetti peggiori della natura umana. E chi ha
applaudito il vescovo sarà il primo a rinnegarlo. Non di meno vedremo i
più ricchi concorrere con enormi masse di denaro e prevalere su quelli
più poveri che, appunto, aspirano a “servire” la loro comunità.
(Pubblicata
in "Eco di Biella" del 29/12/2003)
IL
CASO FANCIULLACCI E IL FILOSOFO GIOVANNI GENTILE
Gentile Direttore,
Lunedì sera il consiglio
comunale di Biella ha discusso e respinto, con ampia maggioranza, una
mozione di A.N. che, usando come pretesto la intitolazione di una
piazza, nel comune toscano di Pontassieve, alla memoria del partigiano
medaglia d’oro Bruno Fanciullacci, uno dei due esecutori
dell’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile, ha tentato di
gettare fango su un eroe della Resistenza e sull’antifascismo. Questo
tentativo è simile a quello di tanti nostalgici pubblici amministratori
di A.N. che, in giro per l’Italia, vogliono rimettere in auge tutti i
nomi dei capi del passato regime, sia quelli più presentabili come
Gentile che quelli più nefandi come Mussolini. E’ recente la notizia
che in un comune è stata rimossa la lapide di una via intitolata a
Togliatti. Ho preso la parola in aula per denunciare questa operazione
indegna di rivalutazione del fascismo ed ho dovuto subire dalla collega
di A.N., Livia Caldesi , interruzioni continue, insulti sguaiati e
commenti isterici. Di rincalzo, qualche collega del centrodestra ha
fatto mostra delle proprie inguaribili viscere antititine contribuendo
alla confusione e alla vanvera. Per non parlare del mio amico Regis che
ha sostenuto che non bisogna stupirsi e che vi è persino una via
intitolata “a Joseph Attila, il flagello di Dio”. Ho dovuto fargli
notare che, in realtà, si tratta di Attila Jozsef, poeta comunista
ungherese del novecento, morto suicida, e non il re barbaro fermato alle
porte di Roma da papa Leone I°.
Intanto il collega Magliola faceva sapere che Fini, da Israele,
ha affermato che il fascismo è “un male assoluto”. La Caldesi ha
vacillato e, poco dopo, il suo collega di fede Marzio Olivero, uomo mite
a cui voglio bene, esaltava la Repubblica di Salò e la memoria del
proprio papà che ne fu un militante. Leggo sui giornali che Fini,
sempre da Israele, ha bollato il regime di Salò “una vergogna” e le
leggi razziali “una infamia”. Non nutro rancore per Livia Caldesi,
nonostante mi abbia offeso, e mi ha fatto tenerezza quando mi ha detto
scendendo le scale di Palazzo Oropa: “Se fini ha fatto queste
dichiarazioni noi prenderemo le distanze”. Caro Marzio e cara Livia,
confessate chiaramente le vostre nostalgie, amici miei, forse…,
fascisti immaginari!
(Pubblicata
in "La Stampa" - Novembre 2003)
LE
VIOLENZE ALLA SCUOLA DIAZ
Gentile
Direttore,
si sono concluse le indagini sulle violenze della
polizia a Genova nella scuola Diaz e la magistratura ha formalizzato 73
avvisi di garanzia contro altrettanti esponenti delle forze
dell’ordine. Il ministro dell’Interno Pisanu ha dichiarato di essere
dalla parte della polizia che era parte aggredita e non aggressore.
Tutte le volte bisogna ripetere che le responsabilità sono individuali
e non implicano la criminalizzazione di una categoria intera o,
all’opposto, una indifferenziata beatificazione. Anche nelle
istituzioni biellesi c’è qualcuno che presenta mozioni per schierare
noi consiglieri comunali a priori accanto alle forze dell’ordine
prescindendo dall’analisi dei fatti. Proprio sui fatti del G8 di
Genova nel consiglio comunale di Biella si sfiorò la rissa. Voglio
ricordare agli smemorati, e a chi è assillato di accaparrarsi il voto
di preferenza di carabinieri e poliziotti alle prossime elezioni, che
alla fine del mese di luglio dell’anno scorso fu divulgata la notizia
che un poliziotto indagato a Genova aveva confessato “la messa in
scena” per giustificare le violenze gratuite contro gli occupanti
della scuola Diaz. Scrissero il 28 luglio 2002 sul giornale telematico
“Il Nuovo” Massimo Calandri e Francesco Viviano:
"Le due molotov nella scuola Diaz le ho portate io. Ho
obbedito all'ordine di un mio superiore". La confessione-choc di
A.B., 25 anni, autista della Polizia di Stato aggregato a Genova nei
giorni del G8, è stata raccolta in gran segreto dalla Procura nei
giorni scorsi. C'è voluto un anno intero, perché qualcuno si decidesse
finalmente a dire la verità: il primo "pentito" delle forze
dell'ordine ha vuotato il sacco, facendo nome e cognome dell'ufficiale
che gli avrebbe imposto di trafugare le bottiglie incendiarie per
"giustificare" i pestaggi e i 93 arresti nell'istituto di via
Battisti.” Le prove e le testimonianze delle violenze sono
documentate, sarà il processo penale a dirci chi furono i responsabili
e in quale misura.
(Pubblicato
su "La Stampa" del 17/9/2003)
REPLICA
AL CONSIGLIERE MARIO PORTA
Gentile
Direttore,
Forza
Italia e il suo capogruppo Mario Porta hanno fatto una conferenza stampa
con la quale infangano la giunta di centro sinistra che governa Biella
paragonandola, sostanzialmente, ad una combriccola di sgangherati capaci
solo di fare debiti, applicare tasse esose e sfasciare la città. “Un
vero disastro” – ha sentenziato il guerriero di FI Porta, sindaco
mancato e tuttora smanioso di improbabili rivincite. Contro ogni verità,
contro tutti i sondaggi che registrano un altissimo indice di gradimento
dei nostri amministratori, contro tutte le graduatorie che indicano
Biella come una delle città meglio amministrate d’Italia, Mario Porta
e i suoi ascari esegue gli ordini di Berlusconi e si scaglia cieco
contro “i comunisti”, naturalmente.
Non
basta: dicono che siamo arroganti e antidemocratici. I verbali delle
riunioni sono accessibili a tutti: ogni cittadino può verificare a
quale livello di livore e di volgarità sono scesi i guerrieri di FI.
Mentre coi colleghi di AN c’è un confronto civile e produttivo, con
quelli di FI il rischio della rissa è continuo, l’incomunicabilità
totale. Abbandonano l’aula per un nonnulla, non votano e fanno come
Tecoppa che si irritava perché l’avversario, durante il duello, si
muoveva e non si lasciava infilzare.
I
cittadini devono sapere che per la prima volta, dopo 18 anni che siedo
in consiglio comunale, alcuni italoforzuti, con offese ed interruzioni
leggibili nei verbali, mi hanno impedito di parlare in occasione del
dibattito sul bilancio di previsione. Durante un chiarimento in sede di
conferenza dei capigruppo consiliari, Porta ha promesso che
quell’incidente non si ripeterà più. Ne dubito.
In
conclusione: purtroppo nella nostra esperienza quotidiana di
amministratori si rivela esatto quanto ha scritto Norberto Bobbio nel
suo ultimo libro edito da Laterza: «Forza Italia non si riallaccia
affatto alla tradizione liberale italiana. Non ha nulla di simile al
liberalismo di Einaudi. Non ha neppure i caratteri del classico partito
conservatore. Forza Italia è un partito eversivo, e Berlusconi se ne
rende perfettamente conto».
(Pubblicato
su "La Stampa" del 23/7/2003)
LETTERA A DUDI
Gentile
Direttore,
Leggo sul Suo giornale una deliziosa lettera di una
cagnolina che si firma “Dudi” rivolta a me e al mio collega Pisterzi.
Dudi, con leggerezza femminile, ha compreso la sostanza della mozione
presentata da noi in consiglio comunale contro gli incivili proprietari
di cani. E’ vero: la proposta di dotare i cani di un pannolone durante
le passeggiate in città aveva un intento in parte provocatorio che ha
sortito l’effetto di sottrarre la nostra mozione all’oblio o alla
noncuranza. Ieri la mozione è stata approvata dal consiglio, ma ho
dovuto cancellare il riferimento (inattuale) ai pannoloni e impegnare il
sindaco ad assumere, a tempo determinato, un ausiliario col compito di
sanzionare i proprietari incivilissimi di cani incolpevoli. Conosciamo i
diritti dei cani, ma conosciamo, soprattutto, i diritti dei bambini che
non possono più giocare nei giardini pubblici della nostra città senza
rischiare disgustosi calpestamenti, coi piedi e con le mani.
Ma Dudi, dopo essersi schierata con la nostra
“epica causa”, ci pone un’altra questione: la macellazione di cani
e gatti e la commercializzazione delle loro pelli. Pratica orribile
contro animali “da affetto”, come si dice, frequente in paesi
asiatici come la Cina ma che non ha cittadinanza attorno a noi. Se casi
simili ci saranno indicati, saremo solerti a difendere i diritti dei
“viventi non umani”… nei limiti delle funzioni riconosciute a dei
consiglieri comunali.
Un’affettuosa carezza per Dudi e un saluto per la
sua simpatica padrona (suppongo sia una signora) che l’ha esortata a
scriverci con parole sagge e misurate.
Pubblicata
su "Eco di Biella"
TUMULTI
IN CONSIGLIO COMUNALE
Gentile
Direttore,
aggiungo la mia versione dei fatti alla
sgradevole conclusione dell’ultimo consiglio comunale. Una miscela di
insofferenza e dilettantismo. Erano in discussione due mozioni contro la
guerra in Iraq: una del consigliere Filoni ed un’altra della
consigliera De Lima: entrambe “inattuali” in quanto presentate prima
dell’inizio della guerra e “da integrare l’una con l’altra”.
In questi casi il consiglio consente ai presentatori di mozioni una
breve pausa per “aggiustare” il testo in un’unica mozione da
sottoporre, subito dopo, al voto dell’assemblea. Ho preso la parola,
come hanno riferito le cronache locali, per precisare questa anomalia
formale che serviva a dare una risposta all’opposizione, che,
correttamente, chiedeva di sapere che cosa si discuteva. In questa
osservazione, formale e sostanziale, sono stato confortato dal parere
dei dirigenti del Comune. A questo punto i disobbedienti pacifisti
presenti in loggione hanno cominciato a vociferare e a lanciare
volantini - aeroplanini sui consiglieri. Sui volantini c’erano
stampati i volti dei parlamentari biellesi definiti “Signori della
guerra”, compreso Sandro Delmastro che da sempre è contrario alla
guerra in Iraq. I colleghi di A.N., Caldesi e Olivero, giustamente
indignati, hanno esercitato le corde vocali con una intensità da opera
lirica. Gli animi si sono scaldati, alcuni colleghi sono stati
apostrofati con l’epiteto “schifosi democristiani” e abbiamo
dovuto frapporci tra i contendenti per evitare atti violenti. Mi auguro
che gli insofferenti loggionisti e i disattenti presentatori di mozioni
evitino questi errori in futuro. Che la pace sia fra noi.
Diego
Siragusa
Biella
30/03/2003
PUBBLICATA
SU DIVERSI ORGANI DI INFORMAZIONE
NON
SI SCHERZA CON TOGLIATTI
Gentile
Direttore,
Con
puntualità, in mezzo a rilevanti processi politici, spunta sempre
qualcuno che ama citare Togliatti per contrapporlo alla sinistra e
arruolarlo nelle scaramucce del momento. Ci ha provato Pier Luigi
Battista su “La Stampa” riproducendo una frase di Togliatti del
1963: “La magistratura è un ordine indipendente: essa non è un
ordine sovrano. La critica dell’operato della magistratura, pertanto,
è sempre legittima, ed esercitarla costituisce anche una garanzia
contro atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità
parlamentare”. Il mio
amico deputato Sandro Delmastro ha ripreso questa frase da “Il
Riformista” e si chiede perché la sinistra oggi non si schiera con
Berlusconi. Nelle battaglie culturali dei suoi tempi, a chi usava il
pensiero di Gramsci contro il PCI, Togliatti rispondeva: “Non si
scherza con Gramsci”. Analogamente consiglio di non scherzare con
Togliatti. Alcuni ci provarono qualche anno fa alterando un documento,
trovato negli archivi moscoviti, sulla divisione degli alpini “Acqui”.
Poi Giulietto Chiesa trovò il documento originale e mostrò le
falsificazioni. Le parole su cui Delmastro riflette furono pronunciate
nel 1963, dopo l’avventura del governo Tambroni e mentre Moro cercava
di costruire il primo centrosinistra ovvero in un’epoca in cui gli
esponenti del PCI erano processati per le loro idee, per blocchi
stradali, per resistenza a pubblico ufficiale o per manifestazione non
autorizzata. Togliatti difende il diritto di critica dell’operato dei
magistrati per “atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità
parlamentare”, come le perquisizioni o gli arresti non autorizzati dal
Parlamento, ma non certo per impedire alla magistratura l’accertamento
di ipotesi di reato attraverso lo strumento del processo che riguarda un
parlamentare inquisito con l’accusa grave di avere corrotto dei
giudici. Inoltre, Togliatti aveva davanti l’originaria versione
dell’art. 68 della Costituzione sull’immunità e non l’attuale.
Oggi, 18 maggio, l’Unità pubblica un ampio
florilegio di affermazioni dell’on. Fini e di altri esponenti di A.N.
che esaltarono nel 1993 i giudici di “Mani pulite” ed organizzarono
manifestazioni contro l’impunità appassionatamente condivise da
Delmastro. Dieci anni dopo, in un contesto storico assolutamente simile,
Fini e A.N. (assieme alla Lega) dicono l’esatto contrario. Non
conviene scherzare con Togliatti.
Biella 18/5/2003
Pubblicata
su "La Stampa", maggio 2003
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BERLUSCONI
E L'IRAQ
Biella
10/4/2003
Gentile
Direttore,
questi non sono giorni di gloria, come
predica il fatuo ministro Martino. Migliaia di innocenti, e tra di
essi molti bambini, sono stati uccisi e moriranno di malattie e
denutrizione; l’Iraq è devastato, in mano agli sciacalli e
all’anarchia totale. La violenza continua. Questi sono giorni di
lutto. Il partito della vita è sceso a duello con il partito
della morte. I vincitori non hanno vinto, nonostante le apparenze.
La causa della guerra erano le “armi di distruzione di massa”
che nessuno finora ha trovato e che nessuno ha usato. Abbiamo
visto, invece, americanissime bombe a grappolo e a frammentazione
proibite dalla convenzione di Ginevra. Una catastrofe inutile. Le
rovine irachene ci dicono che eravamo nel giusto noi, ostinati
seguaci del partito della pace, quando dicevamo che c’è un
“metodo” più sicuro, non violento, anche se più lungo, per
sconfiggere i tiranni senza sacrificare gli innocenti. Gli
invasori accolti come liberatori? Ha ragione Giuseppe Zaccaria su
“La Stampa” del 10 aprile: “Nonostante le immagini che
possono essere entrate nelle case americane ed europee, pensare
una Baghdad che festeggia l’invasore sarebbe pura
mistificazione. Quelli che si sono prestati al gioco televisivo
non erano poi tanti, e non fra i migliori, la stragrande
maggioranza nel quartiere sciita ha continuato ad occuparsi del
saccheggio o dei fatti propri”. Dov’è il trionfo per i
vincitori? Oggi il premier che governa l’Italia accusa il
centrosinistra di stare sempre dalla parte dei dittatori. In
questo giudizio rivoltante siamo in compagnia del papa, di tutta
la chiesa cattolica e della signora Veronica Lario, consorte di
Berlusconi, che ha sfilato coi pacifisti e dimostrato la sua
simpatia.
Pubblicata su
"La Stampa", aprile 2003
PORTA
E I CANI
Gentile
Direttore,
Non ho tempo per le risse politiche; non mi sono mai
piaciute per la loro petulanza. Purtroppo da alcuni mesi, complici
le elezioni amministrative del prossimo anno, sono costretto a
brandire la durlindana con alcuni esponenti di Forza Italia in
Consiglio comunale. Su “la Stampa”, il capogruppo di F.I.
Mario Porta, lamenta che nell’ultimo consiglio comunale si è
parlato per due ore degli escrementi dei cani, invece di parlare
di piazza Martiri e della variazione di bilancio. Si diletta a
sfottermi, mi chiama “crociato” e accusa la Giunta Susta di
parlare dei cani che sporcano anziché dei veri problemi della
città. Il guerriero berlusconiano Porta, come il suo capo di
Arcore, ha la vocazione strutturale a stravolgere tutto ciò che
altera i suoi propositi personali. In consiglio indulge alle
gazzarre e non si astiene da violenti alterchi con la maggioranza
e col sindaco quasi su tutto. I cittadini sappiano che le sedute
del consiglio comunale sono registrate e le parole di Porta sono
documentabili. Esaminiamo i punti della sua lettera:
1)
Io e il collega Pisterzi abbiamo presentato una mozione che
riguarda l’igiene pubblica di tutta la città. Le deiezioni dei
cani sono un problema nazionale come dimostrano i documenti su
internet che riguardano centinaia di comuni amministrati anche dal
centrodestra. La nostra mozione è stata approvata anche col voto
di alcuni esponenti del partito di Porta: Apicella e Piemontese.
Invece di sfottermi, provi a proporre una soluzione diversa dalla
mia per mantenere pulita la città e tranquillizzare i tanti
genitori che devono ispezionare i giardini pubblici prima di far
giocare i propri bambini.
2)
Cosa c’entrano il sindaco e la giunta con la mozione sui
cani? Porta sa bene che i consiglieri hanno facoltà di presentare
mozioni che, se formalmente corrette, devono essere discusse dal
consiglio e votate, qualunque sia l’opinione del sindaco che può
votare a favore o contro.
3)
Sulla variazione di bilancio per i costi di una causa che
il comune ha perso in primo grado e che ha impugnato in appello,
Porta dice che non vi è stata discussione. Ma chi gli ha impedito
di parlare? Perché i gruppi di centrodestra hanno taciuto? Siamo
tutti testimoni, invece, che nella commissione consiliare
competente se ne è parlato a lungo.
4)
Il progetto di riqualificazione di piazza Martiri ha tolto
il sonno a Porta che ha passato le proprie istruzioni alla
presidente del quartiere “Centro” Isabella Scaramuzzi e al
fido Perini che, ubbidienti, le vanno ripetendo sui giornali.
Abbiamo spiegato fino alla nausea che si tratta di un intervento
flessibile di riqualificazione, aperto a successive modifiche non
appena vi sarà la disponibilità finanziaria per realizzare il
progetto originario. I commercianti dell’ASCOM hanno dato il
loro parere positivo ed entro la primavera del prossimo anno la
piazza sarà abbellita e la viabilità razionalizzata. Porta,
invece, propone di non far niente in attesa di avere “tutto”.
Il motivo della sua manovra l’ho spiegato in consiglio: ha paura
che il centrosinistra si presenti alle prossime elezioni mostrando
ai cittadini una città radicalmente cambiata e che compare nei
primi posti tra le città italiane dove si vive meglio.
5)
L’intolleranza di alcuni guerrieri di F.I., istigati dal
loro capo di Arcore, ormai deve essere denunciata davanti
all’opinione pubblica e in tutte le sedi istituzionali. I
lettori devono sapere che per la prima volta, dopo 18 anni che
siedo in consiglio comunale, alcuni italoforzuti, con offese ed
interruzioni leggibili nei verbali, mi hanno impedito di parlare
in occasione del dibattito sul bilancio di previsione. Durante un
chiarimento in sede di conferenza dei capigruppo consiliari, Porta
ha promesso che quell’incidente non si ripeterà più. Ne
dubito.
In conclusione: purtroppo nella nostra esperienza quotidiana
di amministratori si rivela esatto quanto ha scritto Norberto
Bobbio nel suo ultimo libro edito da Laterza: «Forza Italia non
si riallaccia affatto alla tradizione liberale italiana. Non ha
nulla di simile al liberalismo di Einaudi. Non ha neppure i
caratteri del classico partito conservatore. Forza Italia è un
partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto».
Pubblicato
solo dal portale web locale "biellaclub"
L'OPERA
DI OMAR APRILE RONDA
Biella
31/03/2003
Gentile Direttore,
tra considerazioni estetiche, impegnate e
pensose, e valutazioni pratiche, l’opera d’arte circolare di
Omar Ronda “Monumento alla gente”, collocata nella rotonda di
corso Europa, è stata apprezzata e detratta da cittadini e
pubblici amministratori. Gli estimatori sembrano essere in grande
maggioranza. Le ostilità sono state aperte da esponenti di Forza
Italia in Consiglio comunale che hanno rilevato l’inadeguatezza
della collocazione dell’opera dentro una rotonda. Obiezione
tutt’altro che astrusa. Per sua natura l’opera d’arte non può
esistere senza la contemplazione; oltre ad essere un prodotto che
causa emozioni è uno strumento di studio e di conoscenza. Girare
con le autovetture attorno ad un’opera d’arte favorisce la
contemplazione? E’ giusto che la fretta di coloro che
“dovrebbero guardare” dall’abitacolo d’un veicolo
sminuisca il lavoro lungo e faticoso d’un artista? Rimane
innegabile la suggestione complessiva dell’opera e gli effetti
luminosi davvero pregevoli. Meno interessanti sono le illazioni
sul costo (pari a zero) e la saccenteria estetica di chi, in realtà,
non è molto attrezzato a “leggere” un prodotto dell’ingegno
e della fantasia. Con una risposta garbata, Omar Ronda sulla
stampa locale ha difeso il suo lavoro e allontanato da sé il
sospetto di essere una sponda dell’amministrazione cittadina.
Infatti egli ha realizzato molte opere in parecchie città
italiane amministrate da contrapposte coalizioni politiche. Leggo
una interrogazione del forzitaliota Piemontese, rivolta al sindaco
di Biella, con la quale chiede una censura contro Omar Ronda e
l’interruzione di ogni rapporto con lui, per aver questo artista
manifestato le proprie opinioni in contrasto con esponenti di
Forza Italia. Una barzelletta? No, è tutto vero purtroppo!
Pubblicata da
diversi giornali
COSA
DIVENTERA' L'INCOMPIUTO LABORATORIO DI SANITA' PUBBLICA?
Gentile
Direttore,
alcuni
azzardano soluzioni per il recupero dell’incompiuto
“Laboratorio di sanità pubblica” che da molti anni attende,
scheletrico, un autore che gli dia una parte per il palcoscenico
della sanità biellese. Mi sono occupato molto in passato del
Laboratorio e, conoscendone bene la storia, non riesco a
disinteressarmene.
Nel
mese di settembre del 1998, durante l’audizione in Consiglio
comunale dell’ex Direttore Generale dell’ASL 12 Zenga,
consigliai di recuperare immediatamente l’edificio che poteva
essere destinato ad uffici amministrativi mentre altri pensavano
di venderlo essendo diventato incompatibile col progetto del nuovo
ospedale. Dissi che un’attesa ulteriore avrebbe compromesso,
forse in modo irreversibile, la staticità del fabbricato esposto
ad incuria ed intemperie. Ricevetti una risposta infastidita che
riassumo così: il Laboratorio serve come ricovero di servizio dei
materiali dell’impresa che costruirà il nuovo ospedale che sarà
costruito nei prossimi quattro anni.
Qualche
giorno fa si è sussurrato che il Laboratorio diventerà, invece,
un albergo per alloggiare i parenti dei pazienti e oggi un potente
assessore regionale chiosa che potrebbe diventare un struttura
riservata agli anziani, a servizi di ristorazione o accoglienza
“per chi all’ospedale vi si reca per le ragioni più
svariate”. Nonostante molti mi riconoscano una buona dose di
fantasia, ho qualche difficoltà ad immaginare quali siano “le
ragioni più svariate”. Ancora una volta, osservo, che il
Laboratorio è materia di esercizio per almanacconi che guadagnano
un certo spazio sulla stampa locale contrassegnato dalla loro
effigie. In conclusione, cari lettori, nel 1998 l’ospedale
doveva essere costruito in quattro anni, come disse l’ing. Zenga:
i quattro anni sono passati e bisogna ancora fare le fondamenta.
Per il Laboratorio attendo che altri almanacconi si presentino
sulla scena della sanità biellese per suggerire nuove soluzioni.
Intanto gli anni passano e l’edificio incompiuto e consunto è
sempre più l’ombra di se stesso: un personaggio in cerca
d’autore. Amen.
Diego
Siragusa
(Intervento
publicato da "Il Biellese" del 13 dicembre 2002)
Siragusa risponde a Delmastro
Scuse, silenzi e reticenze
Gent. mo Direttore,
il
mio amico Sandro Delmastro, nella lettera pubblicata su
questo giornale il 9 gennaio, riflette su Giovanni Paolo Il che ha
chiesto scusa al mondo per i crimini commessi dalla Chiesa durante
la sua storia e si chiede:
perché i laici, eredi della Rivoluzione
Francese, non fanno altrettanto? E come esempio concreto, chiede a
me, in quanto studioso del periodo rivoluzionario di farlo
pubblicamente. Bene. Riconoscere i propri peccati e chiedere
perdono è un insegnamento universale del cristianesimo, che
riguarda anche i non credenti. Ma qui vi è un errore di metodo:
la Chiesa, come istituzione unica, omogenea e identificabile che
vive da due millenni, può chiedere scusa per i suoi errori ed
orrori. Ma i laici, che non sono una Chiesa né un unico partito né
un’istituzione, come possono chiedere scusa collettivamente? Ed
a nome di chi? Correttamente Delmastro cita i massacri consumati
nella Vandea dai rivoluzionari francesi, ma oggi non vi è alcuna
istituzione o partito, erede diretto dei giacobini, che debba
chiedere scusa per quei massacri.
Il
problema si presenta in modo diverso e metodologicamente
corretto, censurando la condotta degli intellettuali liberali e di
sinistra e dei movimenti di cultura laica, socialista e marxista
per ave.re in modo corrivo giustificato, sottovalutato o negletto
la Vandea storica e tutte le Vandee del mondo.
Ho davanti agli occhi
l’editoriale di Barbara Spinelli su “La Stampa” di domenica
11 gennaio, che argomenta la necessità per tutti di regolare i
conti con il passato alfine di identificare nelle culture, nelle
ideologie e nelle forme di pensiero ciò che ha predisposto le
Vandee.
Sono appena tornato da un
viaggio in Francia, durante il quale ho visitato anche la Vandea e
ciò che sopravvive del conservatorismo clericale, e mi sono
ricordato delle parole del generale Westermann alla Convenzione:
«La Vandea non esiste più, è morta sotto la nostra libera
spada... Ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e
massacrato le donne. Non ho prigionieri di cui rimproverarmi».
Per accogliere lo spirito del
ragionamento di Delmastro, devo dire che tutti coloro che hanno
giustificato o taciuto gli orrori del capitalismo reale, del
nazifascismo e del socialismo realmente fallito, non potendo
chiedere scusa per fatti di cui non sono responsabili, possono però
finalmente riconoscere la propria corrività politica e culturale
che è stata pur essa foriera di errori.
Per quanto riguarda la mia
persona, mi sono battuto nel Pci per il rispetto della verità
storica e per il ripudio di ogni forma di stalinismo, ricevendo
spesso in cambio attacchi ed emarginazione politica in quanto
considerato strutturalmente un eretico.
Come studioso del periodo
rivoluzionario, credo che i miei libri dimostrino a sufficienza
rigore scientifico e assenza di silenzi o indulgenze verso
l’estremismo giacobino o verso gli aspetti più degenerati della
politica di Napoleone, il quale, paradosso della storia, perseguitò
anche i giacobini. Dopo il gesto esemplare del Papa, Fini e D’Alema
riconoscano i silenzi e le reticenze dei rispettivi partiti nei
riguardi di tutte le Vandee del mondo.
Cordialmente.
Diego Siragusa
(lettera pubblicata
da “Il Biellese” del gennaio 1998)
INTERVENTO
Diego Siragusa: «Cara Biella non demolire i tuoi ricordi»
Dunque la maggioranza del
consiglio di circoscrizione di Riva è favorevole all’abbattimento
dell’edificio a forma triangolare del vicolo Mondella che si
affaccia tra via Italia e via Galilei. E ancora una volta c’é
il rischio di dividersi tra passatisti ed efficientisti. Cosa
dicono questi ultimi? «L’edificio è pericolante, ha scarso
valore storico e il suo abbattimento darà più spazio al traffico».
Argomenti ben poveri per
essere considerati seriamente. Con questi pretesti, nella prima
metà dell’800, il capitalismo dilagante e la rendita
fondiaria che gli venne dietro, sventrarono interi quartieri in
tutta Europa per fare posto alla borghesia vincente che celebrava
i propri fasti erigendo i propri quartieri signorili e
ridisegnando la città in funzione dei commerci.
Fin dal ‘700 Riva fu abitata
da piccoli borghesi, esponenti delle professioni intellettuali e
delle nobiltà del circondano che vi avevano la seconda casa poiché
il rientro serale nei
propri castelli, dopo una serata a teatro,
faceva pericoloso il viaggio di ritorno. Basta visitare alcuni
splendidi cortili per confermare quanto affermo, nonché le carte
che ho consultato negli archivi che provano che qui abitò il
grande giacobino Giovanni Battista Marochetti, e non
Marocchetti come recita il cartello.
L’edificio in questione,
come documenta il bellissimo portale, risale infatti al ‘700 e
fu costruito in questa forma singolare per amore di geometria e
simmetria. Non è rilevante tanto il fatto che abbia ospitato la
stazione del tramway, mi urge invece decantare la “irripetibiltà”
di questo edificio che, se opportunamente restaurato, colorato e
liberato da ingiurie di plastica e tettucci orrendi, riacquisterà
splendore.
Gli efficientisti dimenticano
che un edificio antico è anche luogo della memoria e della
identità di una specifica comunità. Giova ricordare sempre che
i cittadini di Varsavia, dopo la Seconda guerra mondiale, si
opposero alla ricostruzione in altro luogo della loro città
completamente distrutta e pretesero il rifacimento del centro
storico e degli edifici notevoli negli stessi luoghi e
utilizzando le schegge e le rovine. C’è un diritto alla
contemplazione estetica del paesaggio urbano che molti distratti,
non educati alla “cultura dell’occhio”, relegano nel campo
patetico dell’inutile nostalgia. Dall’800 ad oggi lo
sviluppo impetuoso della rendita fondiaria ha determinato
interventi distruttivi del paesaggio storico urbano, plagiando
la storia e la memoria alle esigenze dell’occupazione, del
profitto e dell’efficienza. Il risultato è stato lo squallore e
la bruttura elevati a sistema urbanistico permanente. Si confronti
questo splendido disegno di Clemente Rovere del 1847 raffigurante
la Porta di Riva con la chiesetta di San Rocco, oggi in rovina,
con lo squallore odierno di questo scorcio di Biella. Non era
forse immensamente più bella nel 1847?
Potremmo dedicare un capitoletto
alle vicende urbanistiche della nostra città, intitolandolo
“La Biella che se ne va” ed elencare tutti i gioielli che
abbiamo perduto. Come fece Balzac che iniziò il suo romanzo
“Piccoli borghesi” con questo titolo: “La Parigi che se ne
va” lamentando gli sventra
menti e le distruzioni del 1830 sotto la
borghesia francese trionfante.
Da quanto ho fin qui scritto
si può arguire che in Consiglio comunale o in altre sedi è
giunta l’ora che cittadini e amministratori identifichino
meglio, senza pigrizie dell’intelletto, ciò che è da salvare
e valorizzare per non arrecare altre ingiurie alla nostra città e
al suo patrimonio architettonico che, da qualunque scorcio si
guardi, rivela tesori che occorre proteggere dalla cecità
distruttiva dei pigri e dei distratti.
Diego Siragusa
(pubblicato da “Il
Biellese” del 5 aprile 1996)
Le vittime dei funzionari intoccabili
Riceviamo:
Il licenziamento dei
macchinisti Fs accusati di negligenza, al quale si è aggiunto un
provvedimento contro un altro macchinista, per le sue
dichiarazioni durante una trasmissione tv, confermano le tesi
contenute nel mio ultimo libro e la necessità di una riforma
radicale della pubblica amministrazione parassitaria, attiva nella
violazione dei diritti.
Giornali, dirigenti
sindacali e tg riflettono su questa severa sanzione e,
soprattutto, sull’impunità e inamovibilità dei dirigenti Fs
che scaricano sui lavoratori responsabilità che appartengono
anche a loro. Ciclicamente i lavoratori pubblici e privati devono
combattere per difendere diritti che pensavamo indiscutibili. I
lavoratori del pubblico impiego, e tali sono i macchinisti, a
causa dell’inefficienza della pubblica amministrazione, hanno
subito la cultura dell’efficientismo e dell’equiparazione
progressiva dei propri contratti a quelli dei privati, trovandosi
sguarniti di tutela dei diritti, ed esposti all’arbitrio dei
dirigenti che hanno agito con le spalle coperte da norme
contrattuali ingiuste e dal luogo comune che “il pubblico
dipendente guadagna molto e lavora poco”.
Anche il macchinista
che in tv ha criticato la scarsa manutenzione della Velletri-Roma
e per questo ha ricevuto una contestazione disciplinare, mostra in
modo drammatico con quale arroganza i dirigenti pubblici possano
calpestare l’articolo 21 della Costituzione (che tutela la
libertà di espressione) senza incorrere in sanzioni da parte del
ministro. Per la prima volta devo rivelare che dopo la
pubblicazione del mio libro, un dirigente dell’Asr 12 che si è
divertito a esercitare ogni sorta di violenza su di me, ha
iniziato un procedimento disciplinare in relazione ad alcune
pagine in cui documento le sue nefandezze. Violazione palese,
quindi, dell’articolo 21 che i dirigenti più saggi hanno
evitato temendo giustamente conseguenze nefaste. La negligenza
sembra essere esclusiva dei subordinati e non riguardare affatto i
dirigenti che risultano sempre infallibili, impuniti e
inamovibili. Basti leggere l’ultimo contratto: mentre i
subordinati possono subire sanzioni dalla censura al
licenziamento, per i dirigenti è previsto il “procedimento
disciplinare espulsivo” solo per giusta causa ovvero per fatti
assolutamente gravi. Ma raramente avviene. Dice il giudice
Piercamillo Davigo: «Sui funzionari pubblici non vi è controllo:
su 84 che abbiamo condannato solo uno è stato rimosso». E i
sindacati? Hanno dimostrato inerzia, piaggeria e subalternità
culturale sottoscrivendo contratti ingiusti contenenti il
riconoscimento di un’ampia discrezionalità dei poteri dei
dirigenti. Alcune settimane fa una mia collega seria e preparata
è stata licenziata dopo i sei mesi di prova con argomenti
ridicoli e che altri mi hanno assicurato essere falsi. Ora vive
l’angoscia e l’umiliazione di essere stata ingiustamente
privata del lavoro con effetti crudeli sulla sua salute psicofisica
e senza il sostegno dei sindacati. Ora molti gridano che è la
conseguenza di contratti sbagliati, ma forse è tardi per
rimediare. Senza alcuna indulgenza per le responsabilità
individuali gravi accertate, la vicenda dei cinque macchinisti
e, in modo diverso, della mia collega, sollecita ad avere piena
consapevolezza della precarietà dei diritti dei lavoratori del
pubblico impiego e dell’ineluttabilità di una radicale riforma
innervata nei capisaldi della nostra Costituzione che finora si è
dimostrata in prevalenza una “Costituzione di carta”.
Diego Siragusa
(pubblicato in
"Eco di Biella")
TRIBUNA APERTA –
Abolire
la
Cassazione? Interviene il consigliere comunale Siragusa
“Sanzionare i magistrati inetti”
DIEGO
SIRAGUSA (*)
Diffido delle soluzioni
semplificatrici in corrispondenza di una crisi grave della
istituzione giudiziaria provocata dalla fuga di Gelli e
Cuntrera.
Proporre l’abolizione della
Cassazione come rimedio alle strutturali inefficienze del sistema
giudiziario, appare una improvvisazione che non identifica le
cause vere della disfunzione. Tre gradi di giudizio, sia per gli
innocenti che per i colpevoli sono interminabili e pericolosi
finché i tempi di attesa, tra un grado e l’altro, non saranno
ridotti al minimo e se non trascorreranno pochi mesi tra un rinvio
a giudizio ed il processo.
A questo punto la fuga di Gelli
e Cuntrera, soprattutto dopo la cattura di quest’ultimo, si
rivela un falso problema poiché la causa di quanto è accaduto
non sta nei gradi di giudizio, ma nella sciatteria delle autorità
competenti.
E’ vero che spesso la Suprema
Corte ha dovuto correggere palesi errori giudiziari, ma è
altrettanto vero che spesso essa ha emesso verdetti ingiusti come
dimostra il caso Sofri. Che fare, dunque? La storia giudiziaria
italiana degli ultimi decenni ci insegna che la presunzione
d’innocenza di un imputato deve restare un principio
indiscutibile, soprattutto in presenza di un alto tasso di errori
giudiziari è di proscioglimento nei vari gradi di giudizio (circa
il 43%). Questo ci dice che un notevole numero di magistrati
lavora a vuoto: su reati inesistenti e su fatti che non hanno
alcun pregio criminoso, gravando, così, in modo esponenziale sul
bilancio dello Stato producendo la paralisi dell’attività
giudiziaria.
In questo contesto, dunque, e
con un considerevole numero di magistrati che dimostra una
colpevole approssimazione nelle scienze giuridiche ed una
imparaticcia cultura generale, un imputato innocente non può
sentirsi tranquillo con l’abolizione di un grado di giudizio.
E’ facile, invece, arguire che la superficialità e gli errori
giudiziari aumenteranno, complice anche la corrività del Csm che
farebbe bene a sanzionare severamente i magistrati inetti e nei
casi più gravi, ad interrompere, la carriera sostituendoli con
altri più rigorosi e preparati, i quali attendono faticosi ed
improbi concorsi per mettere la loro passione al servizio
dell’istituzione.
Vorrei che si parlasse di questi
argomenti, in questa nostra città che ha conosciuto angosciose
storie di giustizia capovolta, perdurando l’assenza di azione
dell’attuale governo in questo settore delicato che decide la
libertà, ma anche la vita e la morte di molti cittadini.
(*)
consigliere comunale
di Sinistra democratica
(pubblicato in
"Eco di Biella" del 11/6/1998)
VOTARE SI’
PER UN VERO BIPOLARISMO
di
Diego Siragusa (*)
Dopo il parere della
Consulta che ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum
per abolire la quota proporzionale della legge elettorale per la
Camera dei deputati, è venuto il momento di organizzare un
consenso diffuso tra i cittadini per determinare una vittoria del
“sì” fondata sul ragionamento.
Mentre questa estate
raccoglievamo le firme assieme a Di Pietro e Luigi Abete, abbiamo
avuto la sensazione di un diffuso convincimento tra i cittadini
che sottoscrivevano il referendum, i quali non mancavano di
esprimere le loro opinioni, a volte emotive e, più spesso,
razionali. E’anche vero che zone di confusione ed
approssimazione rimangono nell’opinione pubblica, ma emerge
chiaro il bisogno di semplificare la società politica ed
organizzare le scelte politiche secondo ampie correnti ideali e
culturali in cui i cittadini possano riconoscersi ricevendo in
cambio il rispetto della loro volontà e la stabilità
dell’esecutivo.
L‘attuale quota
proporzionale, pari al 25% dei seggi del Parlamento, è stata
introdotta con la legge 277 de1 4 agosto 1993. Il comma 3
dell’articolo 1 recita: “In ogni circoscrizione, il
settantacinque per cento del totale dei seggi è attribuito
nell’ambito di altrettanti collegi uninominali, nei quali
risulta eletto il candidato che ha riportato il maggior numero di
voti”. Il rimanente venticinque per cento del totale dei seggi,
in ogni circoscrizione, è ripartito proporzionalmente tra liste
concorrenti (comma 4 dello stesso articolo). Chi ha votato il 21
giugno del 1996 ricorderà di aver ricevuto due schede: una per
il proporzionale ed una per l’uninominale. Si osservi come il
diverso modo di elezione del Senato, che non prevede la quota
proporzionale, ha determinato una più solida ed ampia maggioranza
parlamentare che non esiste, invece, nella Camera dei deputati.
L’attribuzione dei seggi proporzionali avviene tramite
l’Ufficio centrale nazionale che individua le liste che, sul
piano nazionale, abbiano ottenuto almeno il quattro percento dei
voti validi espressi. A tal fine divide il totale delle cifre
elettorali nazionali delle liste per il numero dei seggi da
attribuire in ragione proporzionale, ottenendo così il quoziente
elettorale nazionale. Divide poi la cifra elettorale nazionale di
ciascuna lista ammessa al riparto per tale quoziente, la parte
intera del quoziente così ottenuto rappresenta il numero dei
seggi da assegnare a ciascuna lista” (articolo 83).
Come si può osservare
si tratta di un marchingegno che produce in ciascuno di noi una
naturale propensione alla semplicità del metodo uninominale, ma
questo marchingegno è stato pensato per uno scopo preciso che
nessuno vuole ammettere: consente ai piccoli di avere un potere di
veto o di coalizione (senza il mio voto non puoi governare) e
serve a “piazzare” i migliori perdenti che, di solito ma non
sempre, rappresentano le concrezioni dei partiti che si esprimono
attraverso la professionalizzazione della politica che,
storicamente, produce opportunismo, inamovibilità e corruzione.
Abolire la quota proporzionale e approvare la legge sul doppio
turno di collegio significa costringere i partiti ed i movimenti a
scegliere il candidato che sia il rappresentante più genuino del
territorio, capace di raccogliere la fiducia dei cittadini di cui
egli interpreta la volontà e i bisogni soprattutto con la sua
presenza fisica ed il diretto interessamento.
Non possiamo nascondere
che esistono nella realtà italiana movimenti e partiti non
omologabili alle grandi correnti culturali storiche e che perciò
reclamano un loro diritto di udienza che non può essere negletto.
La legge sul doppio turno di collegio può avere un dispositivo
che dovrà garantire circa il 10% dei seggi tra coloro che sono
inassimilabili. La razionalità della legge, successiva al voto
referendario abrogativo della quota proporzionale, dovrà essere
quella di ridurre al minimo la frammentazione “obbligando” i
partiti omogenei alla coalizione: sistema indispensabile per
fondare un vero bipolarismo.
Poniamoci adesso una
domanda difficile: come si può evitare lo scandalo del transfuga
che abbandona in Parlamento la propria coalizione a favore di un
altra? E’ vero che costituzionalmente l’eletto dal popolo
agisce senza vincolo di mandato (articolo 67 della Costituzione)
ovvero esprime la propria liberta senza essere soggetto ad
obblighi di appartenenza che, invece, esprimono una concezione
privatistica della delega ad esercitare un potere. Questo è un
problema irrisolvibile, un pericolo a cui è esposto qualsiasi
governo che non abbia una larga maggioranza parlamentare. Il
“governo D’Alema”, sollecitando lo “stato di necessità
“, dopo che Bertinotti con il proprio potere di veto ha
determinato la caduta del governo Prodi, ha facilitato il
trasformismo e la condotta opportunistica di diversi parlamentari
attratti da una insperata incoronazione come ministri o
sottosegretari. Solo un vincolo di legge che preveda nuove
elezioni in caso di mutamento di maggioranza parlamentare può
garantire il patto di fedeltà tra elettore ed eletto che con la
costituzione del “governo D’Alema” è stato spezzato. In
ogni caso l’uninominale a doppio turno di collegio, come
dimostra la Francia, conferma una migliore stabilità del sistema
politico e lega ai cittadini il candidato di una coalizione che
rappresenta tutti gli elettori del collegio.
(Esponente
de L’Italia dei Valori e del Comitato per il sì al
Referendum)
(L’articolo è
stato pubblicato in “La nuova provincia di Biella” del 30
gennaio 1999)
IL RICORSO AL TAR DI SUSTA E
IL CASO MOLINETTE
Leggo
su “La Provincia” del 19 dicembre che il deputato Sandro
Delmastro ha chiesto al sindaco Susta copia del ricorso che egli
ha presentato al TAR Piemonte, avverso la deliberazione regionale
del 7 gennaio scorso sulla razionalizzazione della spesa sanitaria
adottata dall’assessore regionale alla Sanità Antonio
D’Ambrosio, con l’intento dichiarato di segnalare alla Corte
dei Conti questa spesa, per lui, inutile e temeraria fatta coi
soldi dei cittadini. Delmastro sa bene che fui proprio io a
manifestare in aula consiliare forti dubbi circa la fondatezza
giuridica del ricorso e non mi fu difficile pronosticarne
l’esito. Non meno temerario mi appare, però, il tentativo di
Delmastro di denunciare il sindaco di Biella in sede contabile per
un ricorso legittimo, anche se perdente, che dovrebbe contenere
elementi di dolo o colpa grave, come prevede la legge, per essere
censurato come evento dannoso. In questo caso non mi è difficile
pronosticare che un eventuale intervento del deputato biellese sarà
destinato ad abortire. Ma questo fervore a senso unico mi
insospettisce e pongo due domanda al mio amico Delmastro: perché
non ti sei mai attivato per far rientrare nelle casse del Comune
di Biella il danno causato da un dirigente dell’ASL 12 la cui
condotta i giudici hanno definito “calunnia colposa”? Ancora:
perché non ti sei attivato per far rientrare nelle casse dell’ASL
12 alcune centinaia di milioni per la gestione che, per pudore,
definisco illegittima del plus orario, vicenda che conosci bene e
che finora non hai portato in
Parlamento all’attenzione del Ministro competente? Forse
perché vi sono implicate persone del centrodestra? Urge una
risposta non equivoca.
Purtroppo le dichiarazioni dell’amico Delmastro
giungono alla vigilia del “pasticciaccio brutto” delle
Molinette in cui è coinvolto un Direttore generale di fiducia
dell’assessore regionale di A.N.
Proprio questa mattina, delegato dal sindaco di
Biella, ho partecipato alla “Conferenza permanente per la
programmazione sanitaria e socio-sanitaria regionale” alla
presenza dell’assessore D’Ambrosio che ha faticato molto a
mantenere il fair play, stretto dal “caso Molinette” e stretto
dalle critiche dei sindaci piemontesi, che non condividono il
Piano sanitario regionale e che non sono meno “scoppiettanti”
del sindaco di Biella, al quale bisogna riconoscere l’onestà e
la sincera preoccupazione per le sorti dei cittadini biellesi che
pagheranno lo 0,5% in più di IRPEF per finanziare i danni della
gestione di centrodestra della Sanità piemontese.
Pubblicato
su "La Stampa" del mese di dicembre 2001
Gentile
direttore,
mentre imperversa l’argomento
“giustizia”, richiamo l’attenzione dei lettori su una
sentenza paradossale poco diffusa e commentata dalla stampa:
l’assoluzione di Calogero Mannino. I giudici scrivono che l’ex
politico democristiano “ha favorito il gruppo imprenditoriale
dei Salvo anche con irregolarità nella conduzione della gara
formale delle ditte invitate” e, più oltre: “Si è acquisita
la prova che Mannino aveva, nel lontano 80-81, stipulato un
accordo elettorale con un esponente mafioso della famiglia
agrigentina di Cosa Nostra”. Nonostante queste ed altre
ammissioni del collegio giudicante, è stata decisa
l’assoluzione con una motivazione sconcertante che cito per
intero: “La mafia ha sempre votato la DC, partito di maggioranza
relativa, poiché era agli uomini esponenti di tale forza al
potere che doveva rivolgersi per ottenere vantaggi… Da questa
notoria considerazione non discende ancora alcuna conseguenza
penale per i singoli uomini politici votati dalla mafia, poiché
è necessario acquisire la prova di condotte positive… poste in
essere dai singoli beneficiati”. Con parole più semplici: per i
giudici non è penalmente apprezzabile che un uomo politico, per
di più cattolico, ottenga i voti di un’organizzazione criminale
che controlla pezzi di territorio sottratti al controllo dello
Stato, bensì occorre avere la prova che quel patto elettorale ha
prodotto benefici per Cosa Nostra. Da queste sconfortanti
conclusioni traggo due domande che rivolgo agli amici e ai nemici
del centrodestra: 1) poiché la Sicilia ha dato il 100% dei
deputati al Polo nelle ultime elezioni nazionali, sbaglio se dico
che questo è diventato il bacino univoco del voto mafioso? 2)
Come si accorda la presenza di uomini come Mannino dentro la
coalizione di centrodestra con chi li ha sempre combattuti da
posizioni di pura destra o di orgoglio padano? Urgono risposte.
Lettera pubblicata
su "Eco di Biella" del mese di gennaio 2002
Gentile Direttore,
Le indagini giudiziarie sulla corruzione
alle Molinette collezionano le prime esplicite ammissioni che
provano la sussistenza di gravi reati le cui implicazioni morali
si estendono in settori del centrodestra che governa la Regione
Piemonte. Odasso e l’ing. Rosso, beneficiari delle tangenti,
sono di Forza Italia e questo partito ha ottenuto indubbi vantaggi
assieme ad alcuni suoi esponenti beneficati dal Direttore generale
delle Molinette. In un momento di relativismo e di nichilismo, che
stanno pietrificando la coscienza civile degli italiani,
correttamente le opposizioni in Regione hanno chiesto le
dimissioni della giunta e rialzato la bandiera della questione
morale che sembrava sopita. Un potente assessore regionale
biellese come Gilberto Pichetto ha dichiarato, con il suo stile
doroteo per il quale è famoso, che “Odasso è stato punto di
riferimento della destra e della sinistra”. Come esponente del
centrosinistra ho il diritto di chiedergli: “Che cosa vuoi dire?
A chi e a che cosa ti riferisci?” La reazione di Pichetto
descrive bene una “cultura” della non differenza. Come dire:
siamo tutti uguali, non indigniamoci,: è tutto normale e, quindi,
non c’è motivo per cambiare.
Osservo che quasi
tutti i direttori generali ai vertici delle ASL piemontesi sono
uomini del centrodestra e su alcuni di essi Pichetto ha dato il
proprio consenso e tuttora vigila paternamente. S’avvicina il
momento della resa dei conti sulla “questione sanità” e chi
ha scelto gli uomini sbagliati dovrà rendere conto delle proprie
azioni politiche.
Le convulsioni
dell’ASL 12 di Biella e la contrapposizione netta tra sindacati
ed azienda ne sono il segno premonitore. Non accadeva da tempo che
la classe medica, assieme ai dipendenti del Comparto, fossero così
determinati nella denuncia dello stato di crisi della sanità
biellese, chiedendo un confronto con le istituzioni pubbliche del
territorio. Come pubblico amministratore dichiaro che farò la mia
parte, come ho sempre fatto, affinché gli operatori della sanità
biellese siano ascoltati ed abbiano risposte impegnative sia da
chi ha le leve del potere sia da chi si oppone a questo stato
delle cose.
Sono convinto che
siano maturi i tempi per rivedere il D.lgs 502/1992, la legge di
riforma sanitaria, per abolire l’organo monocratico, che è il
direttore generale, e consegnare la direzione delle aziende
sanitarie ad un collegio di amministratori con competenze
specifiche, espressi dal territorio con elezioni di secondo grado.
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Lettera pubblicata su "Il
Biellese" e "La nuova provincia di Biella" del mese
di febbraio 2002
L’ufficio di presidenza del
consiglio provinciale di Biella (volutamente scrivo tutto
minuscolo), ha organizzato per il 9 marzo un incontro a Città
Studi in occasione del 50° anniversario della prima elezione
diretta del consiglio provinciale. Il ministro della difesa,
Antonio Martino, è stato chiamato per concludere l’incontro che
è durato dalle ore 18.30 alle 19.30: un’ora. Molti di noi,
esponenti del centrosinistra, hanno deciso di non partecipare a
questa passerella voluta su propria misura dal presidente del
consiglio provinciale Roberto Pella (Forza Italia). Basta leggere
il biglietto d’invito della manifestazione per comprendere che
la buona educazione ed il rispetto dei ruoli istituzionali non
hanno cittadinanza in quel blocco politico che si chiama “la
Casa delle opportunità”.
Il
programma è stato monopolizzato dal solito Roberto Pella, dal
solito Scanzio, dal leghista Roberto Cota, presidente del
Consiglio regionale del Piemonte, nonché dall’incolpevole
ministro Martino. Era di rigore l’abito azzurro. Il sindaco di
Biella è stato volutamente scartato e così pure il primo
presidente della provincia di Biella che si chiama Silvia Marsoni.
Come dicono a Roma “era la festa de noantri”. Propongo un
applauso a scena aperta alla “Casa delle opportunità” che con
soldi pubblici si costruisce la passerella politica e pretende di
coniugare democrazia ed insulto alle regole elementari della buona
educazione. E’ stato un infortunio? No, è stata la prova
dell’uso privatistico e personale delle istituzioni che il
centrodestra considera “cosa nostra”.
Lettera
pubblicata su "La Stampa" del mese di marzo 2002
Sanità,
la stima del deficit resta avvolta nel mistero
In una recente intervista,
l’assessore regionale D’Ambrosio continua a mostrare una
notevole difficoltà (o reticenza) a rivelare la cifra del deficit
del bilancio della Sanità regionale per l’anno 2001. Egli
afferma che il deficit non supera i 500 miliardi di lire (oltre
258 milioni di euro). Devo rammentare che il 20 dicembre 2001,
durante l’incontro dell’assessore con la conferenza permanente
per la programmazione socio-sanitaria, a cui partecipavo come
delegato, toccò proprio a me contestargli che il deficit per il
2001 era stimato attorno a 700 miliardi di lire. Egli mi rispose
che mi sbagliavo e che il deficit non avrebbe superato i 350
miliardi. La veridicità delle mie parole può essere confermata
dal verbale della riunione e dal sindaco di Cavaglià, Aiassa, che
vi partecipò assieme a me. Tre mesi dopo, il dr. D’Ambrosio si
avvicina di 150 miliardi alle mie valutazioni ed è, in buona
parte, smentito dall’assessore ad interim al Bilancio Pichetto
che ipotizza un deficit vicino ai 1000 miliardi. E’ tollerabile
questa condotta? E chi, nel centrodestra del comune di Biella, non
perde tempo con stanche geremiadi ad attaccare il sindaco Susta
per il virtuoso indebitamento nell’interesse della città, sente
il dovere morale di sussurrare una critica? Ma c’è
dell’altro! Da diversi mesi il dr. D’Ambrosio, solerte nelle
sue risposte a Ronzani, si rifiuta di rispondere ad una
interrogazione con risposta scritta inoltratagli dal gruppo
radicale in Regione a proposito di alcune centinaia di milioni
illegittimamente erogati nell’ASL 12 e che attendono di essere
recuperati. Ho già parlato di questa vicenda sulla stampa locale
senza essere smentito da nessuno. Nei prossimi giorni valuterò
col gruppo radicale una iniziativa (forse clamorosa) per
denunciare uno scandalo ignobile che si trascina da anni con la
complicità e il silenzio di molti.
(Lettera
pubblicata su "La Stampa" del 5 aprile 2002)
Un
esempio lampante di "cultura del non ascolto"
Gentile Direttore,
i lettori biellesi dovrebbero
sapere che cosa è accaduto ieri mattina a Torino in occasione
dell’incontro – dibattito col ministro della salute Girolamo
Sirchia sul tema “L’integrazione socio-sanitaria”. C’erano
parecchi rappresentanti delle associazioni del volontariato e
alcuni cittadini di Mondovì che protestavano per un inutile
ospedale che la Giunta Regionale si appresta a costruire. Sette di
loro hanno chiesto di poter parlare nella fase dedicata al
dibattito. Che cosa è accaduto, invece? Il presidente della
Regione Ghigo, si è ingegnato a giustificare i ticket sui
farmaci, sulle ricette e per le prestazioni di Pronto Soccorso;
subito dopo, il
ministro Sirchia si è pateticamente esercitato a dire di non fare
politica e di lavorare tutti insieme per migliorare la sanità.
Applausi, pacche sulle spalle, flashes di fotografi. Sirchia e
Ghigo se ne vanno, seguiti dall’assessore D’Ambrosio,
dall’assessore all’Assistenza Mariangela Cotto, da tutti i
direttori generali delle A.S.L. piemontesi venuti quasi tutti ad
omaggiare chi li paga con 180.000 euro all’anno.
All’improvviso, la capiente sala Cavour del Centro “Torino
Incontra” si è svuotata. I rappresentanti del volontariato
hanno protestato a gran voce per questa condotta. Erano venuti per
far sentire a Ghigo, a D’Ambrosio, a Mariangela Cotto e,
soprattutto, al ministro le loro critiche severe alle decisioni
della Giunta regionale in materia di politica sanitaria. Il
presidente del direttivo di Federsanità ANCI Piemonte,
organizzatore dell’incontro, dr. Giorgio Rabino, ha dovuto
scusarsi ma ha invitato lo stesso coloro che avevano chiesto di
parlare dicendo che i loro interventi sarebbero stati pubblicati e
che gli interlocutori potevano in seguito leggerli. Bella
consolazione!
Questo episodio, più di tanti
ragionamenti, mostra “la cultura del non ascolto” di chi
governa la Regione e di chi governa la nazione. Come controprova
che ciò che ho scritto è vero, si chieda conferma al dr. Rabino
e a Silvio Aiassa, sindaco di Cavaglià con quale spesso mi
incontro in queste occasioni.
(Lettera
pubblicata su "La Stampa" del 11 aprile 2002)
Difesa
della democrazia e posti di lavoro
Gentile Direttore,
un paio d’anni fa, il mio
amico Delmastro dichiarò ad un giornalista che se un giorno
avesse perso l’autonomia di giudizio e l’indipendenza di
criticare anche il proprio fronte politico, autorizzava chiunque a
prenderlo a calci nel sedere. Non ricordo le parole esatte, ma il
senso del suo pensiero era questo. Pur di difendere la proposta
aberrante del governo Berlusconi sull’art. 18, su “La
Stampa” di oggi Delmastro cita il suo amico Gasparri il quale ha
“scoperto” che la CGIL, coi miliardi spesi per organizzare la
storica manifestazione di Roma, avrebbe potuto allestire una
fabbrica e dare lavoro a 500 disoccupati. I lettori non
faticheranno ad osservare la stravaganza, al limite della
barzelletta, di questo colorito ragionamento. Come dire: non
spendete soldi per la democrazia, per le elezioni e per far
vincere le vostre idee. Naturalmente Delmastro dimentica di dirci
quanti posti di lavoro avrebbe creato Berlusconi se avesse speso
diversamente i 40 miliardi impiegati per stampare un libro di sue
fotografie, staliniano esempio di culto della personalità,
inviato ad ogni famiglia italiana durante la campagna elettorale.
Caro Sandro, non costringerci a prenderti a calci nel sedere!
(Lettera
pubblicata su "La Stampa" del 12 aprile 2002)
I
CITTADINI DI BIELLA E LE TASSE COMUNALI
Gentile
Direttore,
alcune settimane
or sono, il “Sole 24 Ore” ha pubblicato un servizio nel quale
si evidenziava che Biella, tra le città italiane, ha il primato
della più alta tassazione comunale pro capite. L’opposizione di
centro-destra in consiglio comunale non esitò a dichiarare sulla
stampa locale che essa aveva ragione e che un autorevole
quotidiano confermava questa anomalia che essa aveva sempre
denunciato.
Inutilmente
l’assessore Azario, con pazienza pedagogica, si è adoperato per
spiegare che il maggior indice di tassazione per abitante era
dovuto ai mancati trasferimenti di fondi statali. Lunedì 3
giugno, sullo stesso giornale agitato dal centro-destra, è stata
pubblicata la mappa delle città italiane che hanno ricevuto i
trasferimenti erariali dal 2000 fino ad oggi. Sorpresa! Biella
risulta essere ultima nella classifica dei trasferimenti
(penultima è Vercelli) con 149 euro per abitante: Asti ne ha
ricevuto 261, Alessandria 227, Genova 349, Aosta 1107,52, Torino
309, Novara 224. La fonte che ha elaborato questi numero è il
Ministero dell’Interno, dipartimento della finanza locale. Tutti
sanno che in un’analoga situazione, una giunta comunale, se
vuole tenere alto ed estendere l’indice di qualità dei propri
servizi ai cittadini, deve necessariamente ricorrere ai tributi.
Provino i colleghi dell’opposizione a calcolare i vantaggi per i
cittadini di Biella se i trasferimenti erariali fossero
proporzionati a quelli di altre città simili a Biella. Mi auguro
che la stampa locale, nell’interresse generale, dia a queste
cifre ufficiali la stessa enfasi che fu data ad altre cifre che
necessitavano di un commento circa la causa vera della maggiore
tassazione a carico dei cittadini di Biella.
Cordialmente
(lettera
pubblicata da "La Stampa" nel mese di giugno 2002)
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