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LA STRAGE DI BHOPAL

Biella  6/12/2004

Gentile Direttore

Sono trascorsi venti anni dalla strage di Bhopal, una città a sud di Nuova Delhi, dove la multinazionale americana “Union Carbide” costruì uno stabilimento per la produzione di pesticidi. L’impianto, costruito in India per ridurre i costi, aveva bassi parametri di sicurezza che non sarebbero mai stati consentiti in un paese occidentale. Nella notte tra il 2 e 3 dicembre 1984, un “incidente” causò la fuoriuscita di una notevole quantità di gas metil-isocianato che causò la morte di circa 10.000 persone. I sopravvissuti non hanno avuto sorte migliore: o hanno contratto malattie invalidanti o sono morti nei mesi o anni successivi. Greenpeace ha stimato che da allora sono morti circa 20 persone al giorno per gli effetti di quel gas mortale. In 20 anni, quindi, sono morti circa 146.000 indiani. Se escludiamo una minima quantità di dollari per risarcire le vittime, ancora oggi i veri colpevoli non hanno pagato ed il governo nordamericano ha tutelato i responsabili rifiutandosi di concedere l’estradizione affinché siano giudicati.

Chi, come chi scrive, si riconosce in quella corrente culturale liberal, o, per intenderci, “alla maniera di Gore Vidal”, che contesta la sostanziale ipocrisia della democrazia americana, non può evitare di riflettere sulla asimmetria di risposta che la dirigenza nordamericana ha dato al terrorismo dell’11 settembre e a questi fatti di terrorismo capitalistico e multinazionale, infinitamente più gravi, che il fluire del tempo stempera nell’oblio.

Diego Siragusa

Pubblicata su "La Stampa" del 7/12/2004


ATAP: l'intervento delle istituzioni non ha cambiato nulla

Biella 31/3/2004

Gentile Direttore,

nonostante la mia mozione sullo stato critico dei rapporti tra ATAP e lavoratori fosse stata recentemente approvata dal consiglio comunale di Biella con un solo voto di astensione, abbiamo pensato in molti che i dirigenti dell’azienda avrebbero fatto qualche riflessione autocritica per riconoscere i sacrosanti diritti dei propri dipendenti e ristabilire un rapporto di civiltà del lavoro. I fatti, invece, registrano un’involuzione che obbligheranno tutti coloro che esercitano pubbliche funzioni elettive a decidere azioni drastiche e risolutive. Infatti la richiesta sindacale di un aumento di € 54 mensili dal 1/1/2004 e di € 2.000 di una tantum per sanare il passato, è stata respinta dall’ATAP.

In esecuzione di una richiesta contenuta nella mia mozione, il sindaco di Biella ha incontrato il 25 marzo le RSU che hanno potuto informarlo sullo stato della trattativa sindacale con particolare riferimento alla posizione di chiusura assunta dall’ATAP con la proposta formulata in data 18/3 che si limita a proporre solo un aumento di €20 dal 1/4/2004 più € 15 dal 1/1/2005.

Susta, pur affermando che la richiesta di €.2.000 di una tantum per il passato è considerevole, ha però compreso che in azienda sono completamente assenti le relazioni industriali e che l'involuzione determinatasi a causa dell'attuale proposta favorisce lo scontro tra azienda e lavoratori.

Si è, inoltre, evidenziato che la retribuzione aziendale nelle altre aziende di trasporti piemontesi è superiore in media di €.100. Le RSU hanno detto che il ricorso alle ore straordinarie in ATAP è strutturale ed in tal modo l'azienda ha evitato di assumere almeno 25 persone.

L'Amministrazione comunale ha affermato di riservarsi qualche soluzione qualora sia comunicata la rottura delle trattative sindacali e quindi proclamato lo stato di agitazione.

Nei giorni 30 e 31 si sono svolte le assemblee dei lavoratori nelle sedi ATAP di Biella, Alice,Vercelli e Pray ed a grande maggioranza hanno deciso di mantenere la richiesta di €54 mensili lorde ed una disponibilità a rivedere la cifra una tantum di € 2.000. Vi è stata solo l’opposizione di alcuni dipendenti dal 3° livello in su che sono circa il 10% del totale.

In questo contesto è diventata attuale la causa pendente in Tribunale che contrappone gli impiegati e gli addetti dell’officina all’Azienda, per una decisione del Direttore riguardante il conteggio delle ferie decurtato di cinque giorni. Se il Direttore e qualche membro dell’Esecutivo fossero mossi da buona volontà, potrebbero rimuovere immediatamente quest’assurda contesa giudiziaria che è il segno di primitive relazioni industriali. Comunque lo stato delle cose descrive una dirigenza impegnata in atti di forza contro i dipendenti col proposito di "normalizzarli" con la tecnica del temporeggiamento e della divisione. Sono ormai maturi i tempi, in vista delle prossime elezioni, per azzerare questa dirigenza imbolsita dall’assuefazione al privilegio ed al potere e sostituirla con una nuova sensibile ed attenta ai diritti dei lavoratori e dei cittadini.

 

Diego Siragusa

Consigliere comunale

(Pubblicato su "La Stampa" del 2 aprile 2004)


GLI AUGURI NON GRADITI DI SCANDEREBECH

Gentile Direttore,

il 1° marzo è il mio 55° compleanno: sono solito festeggiarlo coi miei familiari e ricevo gli auguri da amici particolarmente affettuosi. Ieri ho ricevuto gli auguri da uno che non mi conosce e non mi ha mai visto: si chiama Deodato Scanderebech. E’ un consigliere regionale dell’U.D.C. , gli ex democristiani, e so dalle cronache, che ha cambiato diversi partiti ed è famoso per essere una “macchina delle preferenze”. Appartiene a quella manovalanza politica che ho combattuto e combatterò per tutta la vita. Proviene da una comunità albanese del Sud e si rivolge a me come uomo del Sud. Nella cartolina, che qui allego, mi rivolge gli auguri di compleanno “nel ricordo sempre presente della nostra amata terra”. Questo metodo subdolo e squallido di accaparrarsi i voti è molto diffuso tra i politicanti del centrodestra e denota una inclinazione all’ipocrisia e all’untuosità più appiccicosa che ha effetti devastanti sulla Politica. Nel Biellese ve ne sono alcuni che inviano regali a chi festeggia le nozze d’oro o d’argento, congratulazioni ai genitori per i loro neonati e a tutti quelli che festeggiano il loro compleanno. Costoro costituiscono la manovalanza della disoccupazione politica: sono quelli che senza la politica dovranno cercarsi un lavoro o un’altra occupazione per mantenere il loro stile di vita. Per questa ragione si candidano come sindaci di altre città e in tutte le assemblee elettive possibili. Sono la perfetta clonazione di Berlusconi. Se alle prossime elezioni i cittadini faranno una sonora pernacchia a questi questuanti della politica e col loro voto li manderanno in pensione per sempre, forse noi idealisti, combattenti della politica pulita, avremo una speranza in più e un cruccio in meno. Ma credo che subiremo una ulteriore delusione.

 

Diego Siragusa

(PUBBLICATO SU VARI GIORNALI LOCALI NEL MESE DI MARZO 2004)


RISPOSTA A MARIO PORTA SU SCANDEREBECH

Biella  11 marzo 2004

Gentile Direttore,

 leggo su “La Stampa” di oggi una lettera squinternata del sindaco fallito Mario Porta che mi svillaneggia a sangue freddo senza essere stato chiamato in causa e per una questione che neanche lo riguarda. Il pretesto è la squallida cartolina di auguri per il mio compleanno che mi ha inviato il consigliere regionale dell’UDC Scanderebech, persona che non conosco e da cui non sono conosciuto. Mi sono indignato per questo accattonaggio politico che è un metodo diffuso tra gli esponenti di centrodestra. Cosa c’entra Mario Porta e che cosa vuole da me? Chi lo ha chiamato in causa?  In Italia e all’estero vi sono numerosi studiosi che hanno osservato la mutazione antropologica che il berlusconismo ha introdotto in Italia con effetti devastanti nei comportamenti, nello stile politico e nei modi di pensare. Aver detto che molti esponenti di centrodestra sono una clonazione di Berlusconi è stato sufficiente per alterare questo mancato sindaco che il suo partito ha messo in un angolo come un cencio preferendogli Mello Rella come candidato sindaco di Biella. Evidentemente il Porta gode ad essere maltrattato e dunque non mi tiro indietro pur di farlo godere. Adesso capisco perché ieri sera, durante la serata del Panathlon a cui ho partecipato in rappresentanza del Comune di Biella, il Porta mi guardava intimidito e imbarazzato: aveva mandato ai giornali il frutto delle sue idiozie ed era tormentato da qualche senso di colpa. Rilassati, caro Mario, lascia perdere la politica; torna al tuo mestiere. Dici che quella di Berlusconi è “la filosofia dell’azione”? Leggi qualche pagina di Kant, Blondel, Fiche e dei pragmatisti americani e poi avrai qualche idea più chiara. Per il momento, se vuoi convincerti che quella di Berlusconi è “la filosofia delle cattive azioni”, leggiti la sentenza su Previti e le minchiate che avete fatto per costruire lo scandalo “Telekom-Serbia” e che ora i magistrati hanno scoperto. Si rilassi, architetto Porta… anzi: “Ma mi faccia il piàcere!” – avrebbe detto Totò.

 

Diego Siragusa

(Pubblicato sui giornali locali nel mese di marzo 2004)


LA VARIANTE DEL NUOVO OSPEDALE DI BIELLA

 

Gentile Direttore,

alcuni mesi or sono commentai la perizia di variante suppletiva del nuovo ospedale citando un passo del verbale del mio intervento in consiglio comunale del 21/9/1998 in occasione della mia richiesta di audizione del Direttore Generale dell’ASL 12 di Biella, ing. Zenga. Dissi cinque anni fa: “ … esistono dubbi sui terreni dove verrà eventualmente edificato il nuovo ospedale. Infatti, quei terreni sono attraversati da una roggia che comporterà tutta una serie di interventi di bonifica: chiedo se sono state fatte tutte le perizie idrogeologiche del caso.” Zenga mi rispose così. “Le perizie in ambito idrogeologico verranno concordate con lo stesso Comune e con la Provincia”. Affermazione misteriosa e acefala. Quella mia preoccupazione si rivelò fondata e, dopo le piogge intense del giugno 2002, la Direzione dei Lavori prese atto di una “sorpresa geologica” (sic) relativa alla falda freatica interessata dall’acquifero. Che fare? Estensione della impermeabilizzazione, costruzione di cunicoli drenanti per l’allontanamento delle acque, nuovi locali tecnici e pompe di sollevamento delle acque di falda. Con lettera del 26/5/03, il Responsabile del procedimento, ing. Amoroso motiva la variante ed il relativo quadro economico. Sorprende l’omissione dell’assessore regionale D’Ambrosio nella risposta all’interrogazione di Ronzani che gli chiede conto del costo di questa variante che lo stesso D’Ambrosio definisce conseguenza di “errori ed omissioni”. Ma i costi sono noti. Con deliberazione n.362 del 24/6/03 il Direttore generale dell’ASL 12 ha deliberato il provvedimento conseguente che prevede euro 658.867,05 come costo di perizia. A tutto questo si aggiunga: euro 1.189.623 per l’incarico affidato ai collaudatori in corso d’opera, e di euro 848.154,84 per altre spese tecniche dovute ad attività di consulenza, supporto ed incentivo ex art. 18 della Legge 109/94. La relazione di Amoruso, che incautamente definisce la variante “imprevista e imprevedibile in sede i progettazione”, si conclude con queste parole: “Le somme sopra evidenziate concorrono a formare l’importo complessivo, con altre dovute per oneri vari (IVA, INPS e CNPAIA 2%) di euro 3.064.082,56 che dovranno essere accantonate dalla previsione riportata sul precedente quadro economico degli imprevisti”.

In conclusione: nonostante nella relazione generale del progettista dell’ospedale, arch. Mauro Strata, si legga testualmente al capitolo 2, pag. 4: “Tutta l’area è attraversata da rogge e canali di irrigazione a fondo naturale, che si sviluppano secondo precise direttrici, subparallele tra loro e normali alle linee di massima pendenza…”, a nessuno è venuto in mente di valutare la necessità di prevedere nel progetto l’eventualità che un evento alluvionale, in quel terreno, avrebbe compromesso la stabilità del futuro edificio. “Errori ed omissioni”, dice D’Ambrosio? Allora chi pagherà?

(Autunno 2003)


TREMONTI E BERLUSCONI

 

Gentile Direttore,

un istituto demoscopico mi ha inviato una e-mail, credo su commissione dell’attuale governo, invitandomi a rispondere ad una serie di domande tra le quali quella relativa al mio reddito se minore o superiore a quello dell’anno precedente. Tra perdite di Borsa, ritardato rinnovo del contratto di lavoro, aumento dei prezzi ecc. ho dovuto dichiarare una diminuzione di reddito che ho dovuto contrastare con una riduzione dei miei consumi. Ma in questi anni c’è qualcuno che può dire di avere veramente guadagnato grazie al governo Berlusconi?  Ho trovato tra le mie carte il ritaglio d’un articolo di Roberto Giovannini pubblicato su “La Stampa” del 6/3/2003 e, a causa dell’imminente attacco all’Iraq, rimasto trascurato. “Nel 2000 Berlusconi – scrive Giovannini – aveva dichiarato un reddito imponibile di 13,7 miliardi di lire e nel 2001 (anno in cui ha vinto le elezioni) è salito a quota 21,8 miliardi (con un aumento di 5,1 miliardi). Nel 2001 Tremonti, dopo soli sei mesi di governo, è passato da 9,7 miliardi di lire di reddito imponibile del 2000 a quasi 297 milioni. E, grazie a oneri deducibili per 300 milioni, addirittura il ministro dell’Economia e delle Finanze è andato in credito d’imposta (di lire 3 milioni).” Questo articolo è attualissimo poiché in questi giorni il senatore dei comunisti italiani, Pagliarulo, ha divulgato, senza smentite, i guadagni in Borsa delle società controllate da Berlusconi saliti a 1.732 milioni di euro rispetto all’anno scorso. Con le partecipazioni dirette in Mediaset, Mediolanum e Mondadori Berlusconi ha ottenuto al 24/12/2003 un valore di 7 miliardi e 718 milioni di euro con un incremento rispetto all’anno precedente di un miliardo e 732 milioni di euro, pari al 28% in più. Resto in attesa di essere smentito da qualche trombettiere del centro-destra che argomenta stramberie sulla stampa locale.

(Pubblicato su "La Stampa" nel mese di gennaio 2004)


L'OMELIA DEL VESCOVO DI BIELLA

Gentile Direttore,

il discorso del vescovo di Biella, in occasione di S. Stefano, è stato irrituale ma coraggioso e opportuno. Per le prossime elezioni amministrative egli ha messo tutti in guardia: la chiesa non sta né con la destra e né con la sinistra, ma privilegia i valori: la giustizia, l’onestà, la libertà, la sussidiarietà e la solidarietà. In sintesi, dice il vescovo Mana: noi stiamo con chi realizza veramente questi valori, con chi sta concretamente dalla parte dei poveri e non con schieramenti politici precostituiti. E’ la riaffermazione della dottrina sociale cattolica con un monito ad evitare “litigiosità inutili” e a rispettare l’avversario. Due anni fa il vescovo, ricordando il martirio di S. Stefano, additò il valore della coerenza che ci insegnò il primo martire cristiano. L’anno scorso il cardinale Poletti osservò che le chiese sono piene, tutti i cristiani fanno buoni propositi, ma il giorno dopo, in famiglia, nei luoghi di lavoro e nella società prevalgono le miserie, le bassezze e le meschinità della vita quotidiana. In politica è lo stesso: tanti usano la religione per scopi elettorali e farsi vedere nelle chiese è diventato un metodo di autopromozione. Un’autorità istituzionale locale mi ha confidato di aver visto un rampante politico biellese partecipare a tre messe in un giorno e fare tre volte la comunione. Come laico e non credente conosco amici cattolici che sono un esempio raro di dedizione e di generosità e di virtù silenziose; ne conosco tanti altri che sono la incarnazione dell’ipocrisia e dello scandalo. Ha fatto bene mons. Mana: non importa cosa uno dice di essere ma importa cosa effettivamente egli fa per far progredire una comunità dell’amore e del rispetto reciproco. Chiunque egli sia. Il sindaco Susta ha integrato la riflessione del vescovo: la chiesa non sia equidistante, ma dica la verità, “anche quando è scomoda” e indichi la strada giusta. Parole sagge che il sindaco ha inserito nel concetto della politica come servizio. Qui nei prossimi mesi vedremo le buone intenzioni misurarsi con le ipocrisie. Quando chiederemo a chi  da tanti anni ha il potere di fare un passo indietro per consentire ad altri di formarsi come pubblici amministratori, per mettere in campo la propria passione e la propria competenza, per evitare le degenerazioni connesse all’occupazione prolungata di pubbliche funzioni, vedremo esercitarsi le lotte intestine e gli aspetti peggiori della natura umana. E chi ha applaudito il vescovo sarà il primo a rinnegarlo. Non di meno vedremo i più ricchi concorrere con enormi masse di denaro e prevalere su quelli più poveri che, appunto, aspirano a “servire” la loro comunità.

(Pubblicato su vari organi di stampa all'inizio di gennaio 2004)


L'aRRESTO DI CIRIACO FERRO

 

Gentile Direttore,

 

dopo il recente arresto del dirigente dell’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte, Ciriaco Ferro, sembra che sia imminente un riassetto della Giunta regionale e che l’assessore D’Ambrosio rischi di essere estromesso dal suo incarico. Conobbi Ciriaco nel 1998: facevamo entrambi parte di una commissione esaminatrice per l’assunzione di un medico all’ASL 12. Facemmo amicizia, complice anche il nostro comune sentire politico. Lo sentii nei mesi successivi per telefono per motivi di lavoro ma, recentemente, durante un paio di incontri nella sede dell’Assessorato, stranamente, faceva finta di non conoscermi. Il suo arresto mi ha sorpreso e, leggo sui giornali, si sta difendendo bene davanti ai giudici. So anche, però, che i giudici torinesi prima di decidere un arresto raccolgono prove solide, come nel caso Odasso. Nonostante questo, gli auguro sinceramente di provare la sua innocenza. Ma occorre rispondere ad una domanda: perché così spesso la Sanità piemontese registra casi di corruzione? E’ un settore dove allignano interessi rilevantissimi ed occorrono uomini rigorosissimi alla sua guida. D’Ambrosio è un onesto e cortese uomo d’altri tempi, certamente sa ma esita ad usare il bisturi e ad alzare la voce quando è necessario. Se si troverà una persona capace di sostituirlo, sussisterà un altro problema: la difesa della legalità e la determinazione imperiosa di fare pulizia su tutto. Sono sicuro che l’eventuale successore fallirà. In un mio libro e su vari articoli da tempo parlo della “mafia” nella Pubblica Amministrazione”: ovvero l’impunità di tutti a certi livelli dell’organizzazione del potere. Da due anni i radicali hanno presentato una interrogazione a D’Ambrosio chiedendo un’ispezione su documentate irregolarità presso l’ASL 12 di Biella, ma tutto tace. Il consigliere Ronzani ha sollecitato una risposta al presidente del Consiglio regionale Cota, ma tutti se ne infischiano. Evidentemente vi sono degli intoccabili. Faccio un esempio: il 20 giugno una dirigente di primo piano dell’ASL 12 è stata condannata in contumacia  a 18 mesi per falsa testimonianza in un processo in cui io e l’ASL eravamo parti offese. La sentenza durissima è stata pubblicata e si può leggere sul mio sito internet (www.diegosiragusa.cjb.net). Conclusione? Costei è ancora lì al suo posto e nessuno la tocca. Caro lettore, prova a immaginare cosa sarebbe successo se fossi stato condannato io per un reato tanto grave!

(Pubblicata su vari giornali Ottobre 2003)


 

L'uso politico della religione

Gentile Direttore,

il discorso del vescovo di Biella, in occasione di S. Stefano, è stato irrituale ma coraggioso e opportuno. Per le prossime elezioni amministrative egli ha messo tutti in guardia: la chiesa non sta né con la destra e né con la sinistra, ma privilegia i valori: la giustizia, l’onestà, la libertà, la sussidiarietà e la solidarietà. In sintesi, dice il vescovo Mana: noi stiamo con chi realizza veramente questi valori, con chi sta concretamente dalla parte dei poveri e non con schieramenti politici precostituiti. E’ la riaffermazione della dottrina sociale cattolica con un monito ad evitare “litigiosità inutili” e a rispettare l’avversario. Due anni fa il vescovo, ricordando il martirio di S. Stefano, additò il valore della coerenza che ci insegnò il primo martire cristiano. L’anno scorso il cardinale Poletti osservò che le chiese sono piene, tutti i cristiani fanno buoni propositi, ma il giorno dopo, in famiglia, nei luoghi di lavoro e nella società prevalgono le miserie, le bassezze e le meschinità della vita quotidiana. In politica è lo stesso: tanti usano la religione per scopi elettorali e farsi vedere nelle chiese è diventato un metodo di autopromozione. Un’autorità istituzionale locale mi ha confidato di aver visto un rampante politico biellese partecipare a tre messe in un giorno e fare tre volte la comunione. Come laico e non credente conosco amici cattolici che sono un esempio raro di dedizione e di generosità e di virtù silenziose; ne conosco tanti altri che sono la incarnazione dell’ipocrisia e dello scandalo. Ha fatto bene mons. Mana: non importa cosa uno dice di essere ma importa cosa effettivamente egli fa per far progredire una comunità dell’amore e del rispetto reciproco. Chiunque egli sia. Il sindaco Susta ha integrato la riflessione del vescovo: la chiesa non sia equidistante, ma dica la verità, “anche quando è scomoda” e indichi la strada giusta. Parole sagge che il sindaco ha inserito nel concetto della politica come servizio. Qui nei prossimi mesi vedremo le buone intenzioni misurarsi con le ipocrisie. Quando chiederemo a chi  da tanti anni ha il potere di fare un passo indietro per consentire ad altri di formarsi come pubblici amministratori, per mettere in campo la propria passione e la propria competenza, per evitare le degenerazioni connesse all’occupazione prolungata di pubbliche funzioni, vedremo esercitarsi le lotte intestine e gli aspetti peggiori della natura umana. E chi ha applaudito il vescovo sarà il primo a rinnegarlo. Non di meno vedremo i più ricchi concorrere con enormi masse di denaro e prevalere su quelli più poveri che, appunto, aspirano a “servire” la loro comunità.

(Pubblicata in "Eco di Biella" del 29/12/2003)


IL CASO FANCIULLACCI E IL FILOSOFO GIOVANNI GENTILE

Gentile Direttore,

Lunedì sera il consiglio comunale di Biella ha discusso e respinto, con ampia maggioranza, una mozione di A.N. che, usando come pretesto la intitolazione di una piazza, nel comune toscano di Pontassieve, alla memoria del partigiano medaglia d’oro Bruno Fanciullacci, uno dei due esecutori dell’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile, ha tentato di gettare fango su un eroe della Resistenza e sull’antifascismo. Questo tentativo è simile a quello di tanti nostalgici pubblici amministratori di A.N. che, in giro per l’Italia, vogliono rimettere in auge tutti i nomi dei capi del passato regime, sia quelli più presentabili come Gentile che quelli più nefandi come Mussolini. E’ recente la notizia che in un comune è stata rimossa la lapide di una via intitolata a Togliatti. Ho preso la parola in aula per denunciare questa operazione indegna di rivalutazione del fascismo ed ho dovuto subire dalla collega di A.N., Livia Caldesi , interruzioni continue, insulti sguaiati e commenti isterici. Di rincalzo, qualche collega del centrodestra ha fatto mostra delle proprie inguaribili viscere antititine contribuendo alla confusione e alla vanvera. Per non parlare del mio amico Regis che ha sostenuto che non bisogna stupirsi e che vi è persino una via intitolata “a Joseph Attila, il flagello di Dio”. Ho dovuto fargli notare che, in realtà, si tratta di Attila Jozsef, poeta comunista ungherese del novecento, morto suicida, e non il re barbaro fermato alle porte di Roma da papa Leone I°.        Intanto il collega Magliola faceva sapere che Fini, da Israele, ha affermato che il fascismo è “un male assoluto”. La Caldesi ha vacillato e, poco dopo, il suo collega di fede Marzio Olivero, uomo mite a cui voglio bene, esaltava la Repubblica di Salò e la memoria del proprio papà che ne fu un militante. Leggo sui giornali che Fini, sempre da Israele, ha bollato il regime di Salò “una vergogna” e le leggi razziali “una infamia”. Non nutro rancore per Livia Caldesi, nonostante mi abbia offeso, e mi ha fatto tenerezza quando mi ha detto scendendo le scale di Palazzo Oropa: “Se fini ha fatto queste dichiarazioni noi prenderemo le distanze”. Caro Marzio e cara Livia, confessate chiaramente le vostre nostalgie, amici miei, forse…, fascisti immaginari!

(Pubblicata in "La Stampa" - Novembre 2003)


LE VIOLENZE ALLA SCUOLA DIAZ

 

Gentile Direttore,

 

si sono concluse le indagini sulle violenze della polizia a Genova nella scuola Diaz e la magistratura ha formalizzato 73 avvisi di garanzia contro altrettanti esponenti delle forze dell’ordine. Il ministro dell’Interno Pisanu ha dichiarato di essere dalla parte della polizia che era parte aggredita e non aggressore. Tutte le volte bisogna ripetere che le responsabilità sono individuali e non implicano la criminalizzazione di una categoria intera o, all’opposto, una indifferenziata beatificazione. Anche nelle istituzioni biellesi c’è qualcuno che presenta mozioni per schierare noi consiglieri comunali a priori accanto alle forze dell’ordine prescindendo dall’analisi dei fatti. Proprio sui fatti del G8 di Genova nel consiglio comunale di Biella si sfiorò la rissa. Voglio ricordare agli smemorati, e a chi è assillato di accaparrarsi il voto di preferenza di carabinieri e poliziotti alle prossime elezioni, che alla fine del mese di luglio dell’anno scorso fu divulgata la notizia che un poliziotto indagato a Genova aveva confessato “la messa in scena” per giustificare le violenze gratuite contro gli occupanti della scuola Diaz. Scrissero il 28 luglio 2002 sul giornale telematico “Il Nuovo” Massimo Calandri e Francesco Viviano:  "Le due molotov nella scuola Diaz le ho portate io. Ho obbedito all'ordine di un mio superiore". La confessione-choc di A.B., 25 anni, autista della Polizia di Stato aggregato a Genova nei giorni del G8, è stata raccolta in gran segreto dalla Procura nei giorni scorsi. C'è voluto un anno intero, perché qualcuno si decidesse finalmente a dire la verità: il primo "pentito" delle forze dell'ordine ha vuotato il sacco, facendo nome e cognome dell'ufficiale che gli avrebbe imposto di trafugare le bottiglie incendiarie per "giustificare" i pestaggi e i 93 arresti nell'istituto di via Battisti.” Le prove e le testimonianze delle violenze sono documentate, sarà il processo penale a dirci chi furono i responsabili e in quale misura.

(Pubblicato su "La Stampa" del 17/9/2003)


REPLICA AL CONSIGLIERE MARIO PORTA

 

Gentile Direttore,

 

Forza Italia e il suo capogruppo Mario Porta hanno fatto una conferenza stampa con la quale infangano la giunta di centro sinistra che governa Biella paragonandola, sostanzialmente, ad una combriccola di sgangherati capaci solo di fare debiti, applicare tasse esose e sfasciare la città. “Un vero disastro” – ha sentenziato il guerriero di FI Porta, sindaco mancato e tuttora smanioso di improbabili rivincite. Contro ogni verità, contro tutti i sondaggi che registrano un altissimo indice di gradimento dei nostri amministratori, contro tutte le graduatorie che indicano Biella come una delle città meglio amministrate d’Italia, Mario Porta e i suoi ascari esegue gli ordini di Berlusconi e si scaglia cieco contro “i comunisti”, naturalmente.

Non basta: dicono che siamo arroganti e antidemocratici. I verbali delle riunioni sono accessibili a tutti: ogni cittadino può verificare a quale livello di livore e di volgarità sono scesi i guerrieri di FI. Mentre coi colleghi di AN c’è un confronto civile e produttivo, con quelli di FI il rischio della rissa è continuo, l’incomunicabilità totale. Abbandonano l’aula per un nonnulla, non votano e fanno come Tecoppa che si irritava perché l’avversario, durante il duello, si muoveva e non si lasciava infilzare.

 I cittadini devono sapere che per la prima volta, dopo 18 anni che siedo in consiglio comunale, alcuni italoforzuti, con offese ed interruzioni leggibili nei verbali, mi hanno impedito di parlare in occasione del dibattito sul bilancio di previsione. Durante un chiarimento in sede di conferenza dei capigruppo consiliari, Porta ha promesso che quell’incidente non si ripeterà più. Ne dubito.

In conclusione: purtroppo nella nostra esperienza quotidiana di amministratori si rivela esatto quanto ha scritto Norberto Bobbio nel suo ultimo libro edito da Laterza: «Forza Italia non si riallaccia affatto alla tradizione liberale italiana. Non ha nulla di simile al liberalismo di Einaudi. Non ha neppure i caratteri del classico partito conservatore. Forza Italia è un partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto».

(Pubblicato su "La Stampa" del 23/7/2003)


LETTERA A DUDI

 

Gentile Direttore,  

Leggo sul Suo giornale una deliziosa lettera di una cagnolina che si firma “Dudi” rivolta a me e al mio collega Pisterzi. Dudi, con leggerezza femminile, ha compreso la sostanza della mozione presentata da noi in consiglio comunale contro gli incivili proprietari di cani. E’ vero: la proposta di dotare i cani di un pannolone durante le passeggiate in città aveva un intento in parte provocatorio che ha sortito l’effetto di sottrarre la nostra mozione all’oblio o alla noncuranza. Ieri la mozione è stata approvata dal consiglio, ma ho dovuto cancellare il riferimento (inattuale) ai pannoloni e impegnare il sindaco ad assumere, a tempo determinato, un ausiliario col compito di sanzionare i proprietari incivilissimi di cani incolpevoli. Conosciamo i diritti dei cani, ma conosciamo, soprattutto, i diritti dei bambini che non possono più giocare nei giardini pubblici della nostra città senza rischiare disgustosi calpestamenti, coi piedi e con le mani.

Ma Dudi, dopo essersi schierata con la nostra “epica causa”, ci pone un’altra questione: la macellazione di cani e gatti e la commercializzazione delle loro pelli. Pratica orribile contro animali “da affetto”, come si dice, frequente in paesi asiatici come la Cina ma che non ha cittadinanza attorno a noi. Se casi simili ci saranno indicati, saremo solerti a difendere i diritti dei “viventi non umani”… nei limiti delle funzioni riconosciute a dei consiglieri comunali.

Un’affettuosa carezza per Dudi e un saluto per la sua simpatica padrona (suppongo sia una signora) che l’ha esortata a scriverci con parole sagge e misurate.

Pubblicata su "Eco di Biella"


 TUMULTI IN CONSIGLIO COMUNALE

 

Gentile Direttore,

aggiungo la mia versione dei fatti alla sgradevole conclusione dell’ultimo consiglio comunale. Una miscela di insofferenza e dilettantismo. Erano in discussione due mozioni contro la guerra in Iraq: una del consigliere Filoni ed un’altra della consigliera De Lima: entrambe “inattuali” in quanto presentate prima dell’inizio della guerra e “da integrare l’una con l’altra”. In questi casi il consiglio consente ai presentatori di mozioni una breve pausa per “aggiustare” il testo in un’unica mozione da sottoporre, subito dopo, al voto dell’assemblea. Ho preso la parola, come hanno riferito le cronache locali, per precisare questa anomalia formale che serviva a dare una risposta all’opposizione, che, correttamente, chiedeva di sapere che cosa si discuteva. In questa osservazione, formale e sostanziale, sono stato confortato dal parere dei dirigenti del Comune. A questo punto i disobbedienti pacifisti presenti in loggione hanno cominciato a vociferare e a lanciare volantini - aeroplanini sui consiglieri. Sui volantini c’erano stampati i volti dei parlamentari biellesi definiti “Signori della guerra”, compreso Sandro Delmastro che da sempre è contrario alla guerra in Iraq. I colleghi di A.N., Caldesi e Olivero, giustamente indignati, hanno esercitato le corde vocali con una intensità da opera lirica. Gli animi si sono scaldati, alcuni colleghi sono stati apostrofati con l’epiteto “schifosi democristiani” e abbiamo dovuto frapporci tra i contendenti per evitare atti violenti. Mi auguro che gli insofferenti loggionisti e i disattenti presentatori di mozioni evitino questi errori in futuro. Che la pace sia fra noi.

 

Diego Siragusa

 

Biella  30/03/2003

PUBBLICATA SU DIVERSI ORGANI DI INFORMAZIONE


NON SI SCHERZA CON TOGLIATTI

 

Gentile Direttore,

Con puntualità, in mezzo a rilevanti processi politici, spunta sempre qualcuno che ama citare Togliatti per contrapporlo alla sinistra e arruolarlo nelle scaramucce del momento. Ci ha provato Pier Luigi Battista su “La Stampa” riproducendo una frase di Togliatti del 1963: “La magistratura è un ordine indipendente: essa non è un ordine sovrano. La critica dell’operato della magistratura, pertanto, è sempre legittima, ed esercitarla costituisce anche una garanzia contro atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità parlamentare”.  Il mio amico deputato Sandro Delmastro ha ripreso questa frase da “Il Riformista” e si chiede perché la sinistra oggi non si schiera con Berlusconi. Nelle battaglie culturali dei suoi tempi, a chi usava il pensiero di Gramsci contro il PCI, Togliatti rispondeva: “Non si scherza con Gramsci”. Analogamente consiglio di non scherzare con Togliatti. Alcuni ci provarono qualche anno fa alterando un documento, trovato negli archivi moscoviti, sulla divisione degli alpini “Acqui”. Poi Giulietto Chiesa trovò il documento originale e mostrò le falsificazioni. Le parole su cui Delmastro riflette furono pronunciate nel 1963, dopo l’avventura del governo Tambroni e mentre Moro cercava di costruire il primo centrosinistra ovvero in un’epoca in cui gli esponenti del PCI erano processati per le loro idee, per blocchi stradali, per resistenza a pubblico ufficiale o per manifestazione non autorizzata. Togliatti difende il diritto di critica dell’operato dei magistrati per “atti di aperta e scandalosa violazione dell’immunità parlamentare”, come le perquisizioni o gli arresti non autorizzati dal Parlamento, ma non certo per impedire alla magistratura l’accertamento di ipotesi di reato attraverso lo strumento del processo che riguarda un parlamentare inquisito con l’accusa grave di avere corrotto dei giudici. Inoltre, Togliatti aveva davanti l’originaria versione dell’art. 68 della Costituzione sull’immunità e non l’attuale.

Oggi, 18 maggio, l’Unità pubblica un ampio florilegio di affermazioni dell’on. Fini e di altri esponenti di A.N. che esaltarono nel 1993 i giudici di “Mani pulite” ed organizzarono manifestazioni contro l’impunità appassionatamente condivise da Delmastro. Dieci anni dopo, in un contesto storico assolutamente simile, Fini e A.N. (assieme alla Lega) dicono l’esatto contrario. Non conviene scherzare con Togliatti.

 Biella 18/5/2003

Pubblicata su "La Stampa", maggio 2003


BERLUSCONI E L'IRAQ

Biella  10/4/2003

Gentile Direttore,

questi non sono giorni di gloria, come predica il fatuo ministro Martino. Migliaia di innocenti, e tra di essi molti bambini, sono stati uccisi e moriranno di malattie e denutrizione; l’Iraq è devastato, in mano agli sciacalli e all’anarchia totale. La violenza continua. Questi sono giorni di lutto. Il partito della vita è sceso a duello con il partito della morte. I vincitori non hanno vinto, nonostante le apparenze. La causa della guerra erano le “armi di distruzione di massa” che nessuno finora ha trovato e che nessuno ha usato. Abbiamo visto, invece, americanissime bombe a grappolo e a frammentazione proibite dalla convenzione di Ginevra. Una catastrofe inutile. Le rovine irachene ci dicono che eravamo nel giusto noi, ostinati seguaci del partito della pace, quando dicevamo che c’è un “metodo” più sicuro, non violento, anche se più lungo, per sconfiggere i tiranni senza sacrificare gli innocenti. Gli invasori accolti come liberatori? Ha ragione Giuseppe Zaccaria su “La Stampa” del 10 aprile: “Nonostante le immagini che possono essere entrate nelle case americane ed europee, pensare una Baghdad che festeggia l’invasore sarebbe pura mistificazione. Quelli che si sono prestati al gioco televisivo non erano poi tanti, e non fra i migliori, la stragrande maggioranza nel quartiere sciita ha continuato ad occuparsi del saccheggio o dei fatti propri”. Dov’è il trionfo per i vincitori? Oggi il premier che governa l’Italia accusa il centrosinistra di stare sempre dalla parte dei dittatori. In questo giudizio rivoltante siamo in compagnia del papa, di tutta la chiesa cattolica e della signora Veronica Lario, consorte di Berlusconi, che ha sfilato coi pacifisti e dimostrato la sua simpatia.

Pubblicata su "La Stampa", aprile 2003


PORTA E I CANI

Gentile Direttore,

Non ho tempo per le risse politiche; non mi sono mai piaciute per la loro petulanza. Purtroppo da alcuni mesi, complici le elezioni amministrative del prossimo anno, sono costretto a brandire la durlindana con alcuni esponenti di Forza Italia in Consiglio comunale. Su “la Stampa”, il capogruppo di F.I. Mario Porta, lamenta che nell’ultimo consiglio comunale si è parlato per due ore degli escrementi dei cani, invece di parlare di piazza Martiri e della variazione di bilancio. Si diletta a sfottermi, mi chiama “crociato” e accusa la Giunta Susta di parlare dei cani che sporcano anziché dei veri problemi della città. Il guerriero berlusconiano Porta, come il suo capo di Arcore, ha la vocazione strutturale a stravolgere tutto ciò che altera i suoi propositi personali. In consiglio indulge alle gazzarre e non si astiene da violenti alterchi con la maggioranza e col sindaco quasi su tutto. I cittadini sappiano che le sedute del consiglio comunale sono registrate e le parole di Porta sono documentabili. Esaminiamo i punti della sua lettera:

1)      Io e il collega Pisterzi abbiamo presentato una mozione che riguarda l’igiene pubblica di tutta la città. Le deiezioni dei cani sono un problema nazionale come dimostrano i documenti su internet che riguardano centinaia di comuni amministrati anche dal centrodestra. La nostra mozione è stata approvata anche col voto di alcuni esponenti del partito di Porta: Apicella e Piemontese. Invece di sfottermi, provi a proporre una soluzione diversa dalla mia per mantenere pulita la città e tranquillizzare i tanti genitori che devono ispezionare i giardini pubblici prima di far giocare i propri bambini.

2)      Cosa c’entrano il sindaco e la giunta con la mozione sui cani? Porta sa bene che i consiglieri hanno facoltà di presentare mozioni che, se formalmente corrette, devono essere discusse dal consiglio e votate, qualunque sia l’opinione del sindaco che può votare a favore o contro.

3)      Sulla variazione di bilancio per i costi di una causa che il comune ha perso in primo grado e che ha impugnato in appello, Porta dice che non vi è stata discussione. Ma chi gli ha impedito di parlare? Perché i gruppi di centrodestra hanno taciuto? Siamo tutti testimoni, invece, che nella commissione consiliare competente se ne è parlato a lungo.

4)      Il progetto di riqualificazione di piazza Martiri ha tolto il sonno a Porta che ha passato le proprie istruzioni alla presidente del quartiere “Centro” Isabella Scaramuzzi e al fido Perini che, ubbidienti, le vanno ripetendo sui giornali. Abbiamo spiegato fino alla nausea che si tratta di un intervento flessibile di riqualificazione, aperto a successive modifiche non appena vi sarà la disponibilità finanziaria per realizzare il progetto originario. I commercianti dell’ASCOM hanno dato il loro parere positivo ed entro la primavera del prossimo anno la piazza sarà abbellita e la viabilità razionalizzata. Porta, invece, propone di non far niente in attesa di avere “tutto”. Il motivo della sua manovra l’ho spiegato in consiglio: ha paura che il centrosinistra si presenti alle prossime elezioni mostrando ai cittadini una città radicalmente cambiata e che compare nei primi posti tra le città italiane dove si vive meglio.

5)      L’intolleranza di alcuni guerrieri di F.I., istigati dal loro capo di Arcore, ormai deve essere denunciata davanti all’opinione pubblica e in tutte le sedi istituzionali. I lettori devono sapere che per la prima volta, dopo 18 anni che siedo in consiglio comunale, alcuni italoforzuti, con offese ed interruzioni leggibili nei verbali, mi hanno impedito di parlare in occasione del dibattito sul bilancio di previsione. Durante un chiarimento in sede di conferenza dei capigruppo consiliari, Porta ha promesso che quell’incidente non si ripeterà più. Ne dubito.

In conclusione: purtroppo nella nostra esperienza quotidiana di amministratori si rivela esatto quanto ha scritto Norberto Bobbio nel suo ultimo libro edito da Laterza: «Forza Italia non si riallaccia affatto alla tradizione liberale italiana. Non ha nulla di simile al liberalismo di Einaudi. Non ha neppure i caratteri del classico partito conservatore. Forza Italia è un partito eversivo, e Berlusconi se ne rende perfettamente conto».

Pubblicato solo dal portale web locale "biellaclub"


L'OPERA DI OMAR APRILE RONDA

 

Biella  31/03/2003

Gentile Direttore,

tra considerazioni estetiche, impegnate e pensose, e valutazioni pratiche, l’opera d’arte circolare di Omar Ronda “Monumento alla gente”, collocata nella rotonda di corso Europa, è stata apprezzata e detratta da cittadini e pubblici amministratori. Gli estimatori sembrano essere in grande maggioranza. Le ostilità sono state aperte da esponenti di Forza Italia in Consiglio comunale che hanno rilevato l’inadeguatezza della collocazione dell’opera dentro una rotonda. Obiezione tutt’altro che astrusa. Per sua natura l’opera d’arte non può esistere senza la contemplazione; oltre ad essere un prodotto che causa emozioni è uno strumento di studio e di conoscenza. Girare con le autovetture attorno ad un’opera d’arte favorisce la contemplazione? E’ giusto che la fretta di coloro che “dovrebbero guardare” dall’abitacolo d’un veicolo sminuisca il lavoro lungo e faticoso d’un artista? Rimane innegabile la suggestione complessiva dell’opera e gli effetti luminosi davvero pregevoli. Meno interessanti sono le illazioni sul costo (pari a zero) e la saccenteria estetica di chi, in realtà, non è molto attrezzato a “leggere” un prodotto dell’ingegno e della fantasia. Con una risposta garbata, Omar Ronda sulla stampa locale ha difeso il suo lavoro e allontanato da sé il sospetto di essere una sponda dell’amministrazione cittadina. Infatti egli ha realizzato molte opere in parecchie città italiane amministrate da contrapposte coalizioni politiche. Leggo una interrogazione del forzitaliota Piemontese, rivolta al sindaco di Biella, con la quale chiede una censura contro Omar Ronda e l’interruzione di ogni rapporto con lui, per aver questo artista manifestato le proprie opinioni in contrasto con esponenti di Forza Italia. Una barzelletta? No, è tutto vero purtroppo!

 

Pubblicata da diversi giornali


COSA DIVENTERA' L'INCOMPIUTO LABORATORIO DI SANITA' PUBBLICA?

 

Gentile Direttore,

 

alcuni azzardano soluzioni per il recupero dell’incompiuto “Laboratorio di sanità pubblica” che da molti anni attende, scheletrico, un autore che gli dia una parte per il palcoscenico della sanità biellese. Mi sono occupato molto in passato del Laboratorio e, conoscendone bene la storia, non riesco a disinteressarmene.

Nel mese di settembre del 1998, durante l’audizione in Consiglio comunale dell’ex Direttore Generale dell’ASL 12 Zenga, consigliai di recuperare immediatamente l’edificio che poteva essere destinato ad uffici amministrativi mentre altri pensavano di venderlo essendo diventato incompatibile col progetto del nuovo ospedale. Dissi che un’attesa ulteriore avrebbe compromesso, forse in modo irreversibile, la staticità del fabbricato esposto ad incuria ed intemperie. Ricevetti una risposta infastidita che riassumo così: il Laboratorio serve come ricovero di servizio dei materiali dell’impresa che costruirà il nuovo ospedale che sarà costruito nei prossimi quattro anni.

Qualche giorno fa si è sussurrato che il Laboratorio diventerà, invece, un albergo per alloggiare i parenti dei pazienti e oggi un potente assessore regionale chiosa che potrebbe diventare un struttura riservata agli anziani, a servizi di ristorazione o accoglienza “per chi all’ospedale vi si reca per le ragioni più svariate”. Nonostante molti mi riconoscano una buona dose di fantasia, ho qualche difficoltà ad immaginare quali siano “le ragioni più svariate”. Ancora una volta, osservo, che il Laboratorio è materia di esercizio per almanacconi che guadagnano un certo spazio sulla stampa locale contrassegnato dalla loro effigie. In conclusione, cari lettori, nel 1998 l’ospedale doveva essere costruito in quattro anni, come disse l’ing. Zenga: i quattro anni sono passati e bisogna ancora fare le fondamenta. Per il Laboratorio attendo che altri almanacconi si presentino sulla scena della sanità biellese per suggerire nuove soluzioni. Intanto gli anni passano e l’edificio incompiuto e consunto è sempre più l’ombra di se stesso: un personaggio in cerca d’autore. Amen.

Diego Siragusa

(Intervento publicato da "Il Biellese" del 13 dicembre 2002)


 

Siragusa risponde a Delmastro

Scuse, silenzi e reticenze

 

Gent. mo Direttore,

 

il mio amico Sandro Delmastro, nella lettera pubblicata su questo giornale il 9 gennaio, riflette su Giovanni Paolo Il che ha chiesto scusa al mondo per i crimini commessi dalla Chiesa durante la sua storia e si chiede:

perché i laici, eredi della Rivo­luzione Francese, non fanno altrettanto? E come esempio concreto, chiede a me, in quanto studioso del periodo rivoluzionario di farlo pubblicamente. Bene. Riconoscere i propri peccati e chiedere perdono è un insegnamento universale del cristianesimo, che riguarda anche i non credenti. Ma qui vi è un errore di metodo: la Chiesa, come istituzione unica, omogenea e identificabile che vive da due millenni, può chiedere scusa per i suoi errori ed orrori. Ma i laici, che non sono una Chiesa né un unico partito né un’istituzione, come possono chiedere scusa collettivamente? Ed a nome di chi? Correttamente Delmastro cita i massacri consumati nella Vandea dai rivoluzionari francesi, ma oggi non vi è alcuna istituzione o partito, erede diretto dei giacobini, che debba chiedere scusa per quei massacri.

Il problema si presenta in modo diverso e metodologicamente corretto, censurando la condotta degli intellettuali liberali e di sinistra e dei movimenti di cultura laica, socialista e marxista per ave.re in modo corrivo giustificato, sottovalutato o negletto la Vandea storica e tutte le Vandee del mondo.

Ho davanti agli occhi l’editoriale di Barbara Spinelli su “La Stampa” di domenica 11 gennaio, che argomenta la necessità per tutti di regolare i conti con il passato alfine di identificare nelle culture, nelle ideologie e nelle forme di pensiero ciò che ha predisposto le Vandee.

Sono appena tornato da un viaggio in Francia, durante il quale ho visitato anche la Vandea e ciò che sopravvive del conservatorismo clericale, e mi sono ricordato delle parole del generale Westermann alla Convenzione: «La Vandea non esiste più, è morta sotto la nostra libera spada... Ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne. Non ho prigionieri di cui rimproverarmi».

Per accogliere lo spirito del ragionamento di Delmastro, devo dire che tutti coloro che hanno giustificato o taciuto gli orrori del capitalismo reale, del nazifascismo e del socialismo realmente fallito, non potendo chiedere scusa per fatti di cui non sono responsabili, possono però finalmente riconoscere la propria corrività politica e culturale che è stata pur essa foriera di errori.

Per quanto riguarda la mia persona, mi sono battuto nel Pci per il rispetto della verità storica e per il ripudio di ogni forma di stalinismo, ricevendo spesso in cambio attacchi ed emarginazione politica in quanto considerato strutturalmente un eretico.

Come studioso del periodo rivoluzionario, credo che i miei libri dimostrino a sufficienza rigore scientifico e assenza di silenzi o indulgenze verso l’estremismo giacobino o verso gli aspetti più degenerati della politica di Napoleone, il quale, paradosso della storia, perseguitò anche i giacobini. Dopo il gesto esemplare del Papa, Fini e D’Alema riconoscano i silenzi e le reticenze dei rispettivi partiti nei riguardi di tutte le Vandee del mondo.

Cordialmente.

Diego Siragusa

(lettera pubblicata da “Il Biellese” del gennaio 1998)


INTERVENTO

 

Diego Siragusa: «Cara Biella non demolire i tuoi ricordi»

 

Dunque la maggioranza del consiglio di circoscrizione di Riva è favorevole all’abbatti­mento dell’edificio a forma triangolare del vicolo Mondel­la che si affaccia tra via Italia e via Galilei. E ancora una volta c’é il rischio di dividersi tra passatisti ed efficientisti. Cosa dicono questi ultimi? «L’edifi­cio è pericolante, ha scarso valore storico e il suo abbatti­mento darà più spazio al traffi­co».

Argomenti ben poveri per essere considerati seriamente. Con questi pretesti, nella prima metà dell’800, il capitali­smo dilagante e la rendita fondiaria che gli venne dietro, sventrarono interi quartieri in tutta Europa per fare posto alla borghesia vincente che celebrava i propri fasti erigen­do i propri quartieri signorili e ridisegnando la città in funzio­ne dei commerci.

Fin dal ‘700 Riva fu abitata da piccoli borghesi, esponenti delle professioni intellettuali e delle nobiltà del circondano che vi avevano la seconda casa poiché il rientro serale nei

propri castelli, dopo una serata a teatro, faceva pericoloso il viaggio di ritorno. Basta visita­re alcuni splendidi cortili per confermare quanto affermo, nonché le carte che ho consul­tato negli archivi che provano che qui abitò il grande giacobino Giovanni Battista Marochetti, e non Marocchetti come recita il cartello.

L’edificio in questione, come documenta il bellissimo porta­le, risale infatti al ‘700 e fu costruito in questa forma singolare per amore di geome­tria e simmetria. Non è rile­vante tanto il fatto che abbia ospitato la stazione del tramway, mi urge invece decantare la “irripetibiltà” di questo edificio che, se opportu­namente restaurato, colorato e liberato da ingiurie di plastica e tettucci orrendi, riacquisterà splendore.

Gli efficientisti dimenticano che un edificio antico è anche luogo della memoria e della identità di una specifica comunità. Giova ricordare sempre che i cittadini di Varsavia, dopo la Seconda guerra mondiale, si opposero alla ricostruzione in altro luogo della loro città completamente distrutta e pretesero il rifaci­mento del centro storico e degli edifici notevoli negli stessi luoghi e utilizzando le schegge e le rovine. C’è un diritto alla contemplazione estetica del paesaggio urbano che molti distratti, non educati alla “cultura dell’occhio”, relegano nel campo patetico dell’inutile nostalgia. Dall’800 ad oggi lo sviluppo impetuoso della rendita fondiaria ha determinato interventi distrut­tivi del paesaggio storico urba­no, plagiando la storia e la memoria alle esigenze dell’oc­cupazione, del profitto e dell’efficienza. Il risultato è stato lo squallore e la bruttura elevati a sistema urbanistico permanente. Si confronti questo splendido disegno di Clemente Rovere del 1847 raffigurante la Porta di Riva con la chiesetta di San Rocco, oggi in rovina, con lo squallore odierno di questo scorcio di Biella. Non era forse immensa­mente più bella nel 1847?

Potremmo dedicare un capi­toletto alle vicende urbanistiche della nostra città, intitolan­dolo “La Biella che se ne va” ed elencare tutti i gioielli che abbiamo perduto. Come fece Balzac che iniziò il suo roman­zo “Piccoli borghesi” con questo titolo: “La Parigi che se ne va” lamentando gli sventra­

menti e le distruzioni del 1830 sotto la borghesia francese trionfante.

Da quanto ho fin qui scritto si può arguire che in Consiglio comunale o in altre sedi è giunta l’ora che cittadini e amministratori identifichino meglio, senza pigrizie dell’in­telletto, ciò che è da salvare e valorizzare per non arrecare altre ingiurie alla nostra città e al suo patrimonio architettoni­co che, da qualunque scorcio si guardi, rivela tesori che occor­re proteggere dalla cecità distruttiva dei pigri e dei distratti.

Diego Siragusa

(pubblicato da “Il Biellese” del 5 aprile 1996)


Le vittime dei funzionari intoccabili

 

Riceviamo:

Il licenziamento dei macchinisti Fs accusati di negligenza, al quale si è aggiunto un provvedimento contro un altro macchinista, per le sue dichiarazioni durante una trasmissione tv, confermano le tesi contenute nel mio ultimo libro e la necessità di una riforma radicale della pubblica amministrazione parassitaria, attiva nella violazione dei diritti.

Giornali, dirigenti sindacali e tg riflettono su questa severa sanzione e, soprattutto, sull’impunità e inamovibilità dei dirigenti Fs che scaricano sui lavoratori responsabilità che appartengono anche a loro. Ciclicamente i lavoratori pubblici e privati devono combattere per difendere diritti che pensavamo indiscutibili. I lavoratori del pubblico impiego, e tali sono i macchinisti, a causa dell’inefficienza della pubblica amministrazione, hanno subito la cultura dell’efficientismo e dell’equiparazione progressiva dei propri contratti a quelli dei privati, trovandosi sguarniti di tutela dei diritti, ed esposti all’arbitrio dei dirigenti che hanno agito con le spalle coperte da norme contrattuali ingiuste e dal luogo comune che “il pubblico dipendente guadagna molto e lavora poco”.

Anche il macchinista che in tv ha criticato la scarsa manutenzione della Velletri-Roma e per questo ha ricevuto una contestazione disciplinare, mostra in modo drammatico con quale arroganza i dirigenti pubblici possano calpestare l’articolo 21 della Costituzione (che tutela la libertà di espressione) senza incorrere in sanzioni da parte del ministro. Per la prima volta devo rivelare che dopo la pubblicazione del mio libro, un dirigente dell’Asr 12 che si è divertito a esercitare ogni sorta di violenza su di me, ha iniziato un procedimento disciplinare in relazione ad alcune pagine in cui documento le sue nefandezze. Violazione palese, quindi, dell’articolo 21 che i dirigenti più saggi hanno evitato temendo giustamente conseguenze nefaste. La negligenza sembra essere esclusiva dei subordinati e non riguardare affatto i dirigenti che risultano sempre infallibili, impuniti e inamovibili. Basti leggere l’ultimo contratto: mentre i subordinati possono subire sanzioni dalla censura al licenziamento, per i dirigenti è previsto il “procedimento disciplinare espulsivo” solo per giusta causa ovvero per fatti assolutamente gravi. Ma raramente avviene. Dice il giudice Piercamillo Davigo: «Sui funzionari pubblici non vi è controllo: su 84 che abbiamo condannato solo uno è stato rimosso». E i sindacati? Hanno dimostrato inerzia, piaggeria e subalternità culturale sottoscrivendo contrat­ti ingiusti contenenti il riconoscimento di un’ampia discrezionalità dei poteri dei dirigenti. Alcune settimane fa una mia collega seria e preparata è stata licenziata dopo i sei mesi di prova con argomenti ridicoli e che altri mi hanno assicurato essere falsi. Ora vive l’angoscia e l’umiliazione di essere stata ingiustamente privata del lavoro con effetti crudeli sulla sua salute psico­fisica e senza il sostegno dei sindacati. Ora molti gridano che è la conseguenza di contratti sbagliati, ma forse è tardi per rimediare. Senza alcuna indulgenza per le responsabilità individuali gravi accertate, la vicen­da dei cinque macchinisti e, in modo diverso, della mia collega, sollecita ad avere piena consa­pevolezza della precarietà dei diritti dei lavoratori del pubblico impiego e dell’ineluttabilità di una radicale riforma innervata nei capisaldi della nostra Costituzione che finora si è dimostrata in prevalenza una “Costituzione di carta”.

Diego Siragusa

(pubblicato in "Eco di Biella")


TRIBUNA APERTA

Abolire la Cassazione? Interviene il consigliere comunale Siragusa

“Sanzionare i magistrati inetti”

DIEGO SIRAGUSA (*)

Diffido delle soluzioni semplificatrici in corrispondenza di una crisi grave della istituzione giudiziaria provocata dalla fuga di Gelli e Cuntrera.

Proporre l’abolizione della Cassazione come rimedio alle strutturali inefficienze del si­stema giudiziario, appare una improvvisazione che non identifica le cause vere della disfunzione. Tre gradi di giudizio, sia per gli innocenti che per i colpevoli sono interminabili e pericolosi finché i tempi di attesa, tra un grado e l’altro, non saranno ridotti al minimo e se non trascorreranno pochi mesi tra un rinvio a giudizio ed il processo.

A questo punto la fuga di Gelli e Cuntrera, soprattutto do­po la cattura di quest’ultimo, si rivela un falso problema poiché la causa di quanto è accaduto non sta nei gradi di giudizio, ma nella sciatteria delle autorità competenti.

E’ vero che spesso la Suprema Corte ha dovuto correggere palesi errori giudiziari, ma è altrettanto vero che spesso essa ha emesso verdetti ingiusti come dimostra il caso Sofri. Che fare, dunque? La storia giudiziaria italiana degli ultimi decenni ci insegna che la pre­sunzione d’innocenza di un im­putato deve restare un princi­pio indiscutibile, soprattutto in presenza di un alto tasso di errori giudiziari è di proscioglimento nei vari gradi di giudizio (circa il 43%). Questo ci dice che un notevole numero di magistrati lavora a vuoto: su reati inesistenti e su fatti che non hanno alcun pregio criminoso, gravando, così, in modo esponenziale sul bilancio dello Stato producendo la paralisi dell’attività giudiziaria.

In questo contesto, dunque, e con un considerevole numero di magistrati che dimostra una colpevole approssimazione nelle scienze giuridiche ed una imparaticcia cultura generale, un imputato innocente non può sentirsi tranquillo con l’abolizione di un grado di giudizio. E’ facile, invece, arguire che la superficialità e gli errori giudiziari aumenteranno, complice anche la corrività del Csm che farebbe bene a sanzionare severamente i magistrati inetti e nei casi più gravi, ad interrompere, la carriera sostituendoli con altri più rigorosi e preparati, i quali attendono faticosi ed improbi concorsi per mettere la loro passione al servizio dell’istituzione.

Vorrei che si parlasse di questi argomenti, in questa nostra città che ha conosciuto angosciose storie di giustizia capovolta, perdurando l’assenza di azione dell’attuale governo in questo settore delicato che decide la libertà, ma anche la vita e la morte di molti cittadini.

(*)  consigliere comunale di Sinistra democratica

(pubblicato in "Eco di Biella" del 11/6/1998)


VOTARE SI’

PER UN VERO BIPOLARISMO

 

di Diego Siragusa (*)

 

Dopo il parere della Consulta che ha dichiarato ammissibile la richiesta di referendum per abolire la quota proporzionale della legge elettorale per la Camera dei deputati, è venuto il momento di organizzare un consenso diffuso tra i cittadini per determinare una vittoria del “sì” fondata sul ragionamento.

Mentre questa estate raccoglievamo le firme assieme a Di Pietro e Luigi Abete, abbiamo avuto la sensazione di un diffuso convincimento tra i cittadini che sottoscrivevano il referendum, i quali non mancavano di esprimere le loro opinioni, a volte emotive e, più spesso, razionali. E’anche vero che zone di confusione ed approssimazione rimangono nell’opinione pubblica, ma emerge chiaro il bisogno di semplificare la società politica ed organizzare le scelte politiche secondo ampie correnti ideali e culturali in cui i cittadini possano riconoscersi ricevendo in cambio il rispetto della loro volontà e la stabilità dell’esecutivo.

L‘attuale quota proporzionale, pari al 25% dei seggi del Parlamento, è stata introdotta con la legge 277 de1 4 agosto 1993. Il comma 3 dell’articolo 1 recita: “In ogni circoscrizione, il settantacinque per cento del totale dei seggi è attribuito nell’ambito di altrettanti collegi uninominali, nei quali risulta eletto il candidato che ha riportato il maggior numero di voti”. Il rimanente venticinque per cento del totale dei seggi, in ogni circoscrizione, è ripartito proporzionalmente tra liste concorrenti (comma 4 dello stesso articolo). Chi ha votato il 21 giu­gno del 1996 ricorderà di aver ricevuto due schede: una per il proporzionale ed una per l’uninominale. Si osservi come il diverso modo di elezione del Senato, che non prevede la quota proporzionale, ha determinato una più solida ed ampia maggioranza par­lamentare che non esiste, invece, nella Camera dei deputati. L’attribuzione dei seggi proporzionali avviene tramite l’Ufficio centrale nazionale che individua le liste che, sul piano nazionale, abbiano ottenuto almeno il quattro percento dei voti validi espressi. A tal fine divide il totale delle cifre elettorali nazionali delle liste per il numero dei seggi da attribuire in ragione proporzionale, ottenendo così il quoziente elettorale nazionale. Divide poi la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista am­messa al riparto per tale quoziente, la parte intera del quoziente così ottenuto rappresenta il numero dei seggi da assegnare a ciascuna lista” (articolo 83).

Come si può osservare si tratta di un marchingegno che produce in ciascuno di noi una naturale propensione alla semplicità del metodo uninominale, ma questo marchingegno è stato pensato per uno scopo preciso che nessuno vuole ammettere: consente ai piccoli di avere un potere di veto o di coalizione (senza il mio voto non puoi governare) e serve a “piazzare” i migliori perdenti che, di solito ma non sempre, rappresentano le concrezioni dei partiti che si esprimono attraverso la professionalizzazione della politica che, storicamente, produce opportunismo, inamovibilità e corruzione. Abolire la quota proporzionale e approvare la legge sul doppio turno di collegio significa costringere i partiti ed i movimenti a scegliere il candidato che sia il rappresentante più genuino del territorio, capace di raccogliere la fiducia dei cittadini di cui egli interpreta la volontà e i bisogni soprattutto con la sua presenza fisica ed il diretto interessamento.

Non possiamo nascondere che esistono nella realtà italiana movimenti e partiti non omologabili alle grandi correnti culturali storiche e che perciò reclamano un loro diritto di udienza che non può essere negletto. La legge sul doppio turno di collegio può avere un dispositivo che dovrà garantire circa il 10% dei seggi tra coloro che sono inassimilabili. La razionalità della legge, successiva al voto referendario abrogativo della quota proporzionale, dovrà essere quella di ridurre al minimo la frammentazione “obbligando” i partiti omogenei alla coalizione: sistema indispensabile per fondare un vero bipolarismo.

Poniamoci adesso una domanda difficile: come si può evitare lo scandalo del transfuga che abbandona in Parlamento la propria coalizione a favore di un altra? E’ vero che costituzionalmente l’eletto dal popolo agisce senza vincolo di mandato (articolo 67 della Costituzione) ovvero esprime la propria liberta senza essere soggetto ad obblighi di appartenenza che, invece, esprimono una concezione privatistica della dele­ga ad esercitare un potere. Questo è un problema irrisolvibile, un pericolo a cui è esposto qualsiasi governo che non abbia una larga maggioranza parlamentare. Il “governo D’Alema”, sollecitando lo “stato di necessità “, dopo che Bertinotti con il proprio potere di veto ha determinato la caduta del governo Prodi, ha facilitato il trasformismo e la condotta opportunistica di diversi parlamentari attratti da una insperata incoronazione come ministri o sottosegretari. Solo un vincolo di legge che preveda nuove elezioni in caso di mutamento di maggioranza parlamentare può garantire il patto di fedeltà tra elettore ed eletto che con la costituzione del “governo D’Alema” è stato spezzato. In ogni caso l’uninominale a doppio turno di collegio, come dimostra la Francia, conferma una migliore stabilità del sistema politico e lega ai cittadini il candidato di una coalizione che rappresenta tutti gli elettori del collegio.

 

 (Esponente de L’Italia dei Valori e del Comita­to per il sì al Referendum)

 

(L’articolo è stato pubblicato in “La nuova provincia di Biella” del 30 gennaio 1999)


IL RICORSO AL TAR DI SUSTA E IL CASO MOLINETTE

 

Leggo su “La Provincia” del 19 dicembre che il deputato Sandro Delmastro ha chiesto al sindaco Susta copia del ricorso che egli ha presentato al TAR Piemonte, avverso la deliberazione regionale del 7 gennaio scorso sulla razionalizzazione della spesa sanitaria adottata dall’assessore regionale alla Sanità Antonio D’Ambrosio, con l’intento dichiarato di segnalare alla Corte dei Conti questa spesa, per lui, inutile e temeraria fatta coi soldi dei cittadini. Delmastro sa bene che fui proprio io a manifestare in aula consiliare forti dubbi circa la fondatezza giuridica del ricorso e non mi fu difficile pronosticarne l’esito. Non meno temerario mi appare, però, il tentativo di Delmastro di denunciare il sindaco di Biella in sede contabile per un ricorso legittimo, anche se perdente, che dovrebbe contenere elementi di dolo o colpa grave, come prevede la legge, per essere censurato come evento dannoso. In questo caso non mi è difficile pronosticare che un eventuale intervento del deputato biellese sarà destinato ad abortire. Ma questo fervore a senso unico mi insospettisce e pongo due domanda al mio amico Delmastro: perché non ti sei mai attivato per far rientrare nelle casse del Comune di Biella il danno causato da un dirigente dell’ASL 12 la cui condotta i giudici hanno definito “calunnia colposa”? Ancora: perché non ti sei attivato per far rientrare nelle casse dell’ASL 12 alcune centinaia di milioni per la gestione che, per pudore, definisco illegittima del plus orario, vicenda che conosci bene e che finora non hai portato in  Parlamento all’attenzione del Ministro competente? Forse perché vi sono implicate persone del centrodestra? Urge una risposta non equivoca.

Purtroppo le dichiarazioni dell’amico Delmastro giungono alla vigilia del “pasticciaccio brutto” delle Molinette in cui è coinvolto un Direttore generale di fiducia dell’assessore regionale di A.N.

Proprio questa mattina, delegato dal sindaco di Biella, ho partecipato alla “Conferenza permanente per la programmazione sanitaria e socio-sanitaria regionale” alla presenza dell’assessore D’Ambrosio che ha faticato molto a mantenere il fair play, stretto dal “caso Molinette” e stretto dalle critiche dei sindaci piemontesi, che non condividono il Piano sanitario regionale e che non sono meno “scoppiettanti” del sindaco di Biella, al quale bisogna riconoscere l’onestà e la sincera preoccupazione per le sorti dei cittadini biellesi che pagheranno lo 0,5% in più di IRPEF per finanziare i danni della gestione di centrodestra della Sanità piemontese.

Pubblicato su "La Stampa" del mese di dicembre 2001


Gentile direttore,

mentre imperversa l’argomento “giustizia”, richiamo l’attenzione dei lettori su una sentenza paradossale poco diffusa e commentata dalla stampa: l’assoluzione di Calogero Mannino. I giudici scrivono che l’ex politico democristiano “ha favorito il gruppo imprenditoriale dei Salvo anche con irregolarità nella conduzione della gara formale delle ditte invitate” e, più oltre: “Si è acquisita la prova che Mannino aveva, nel lontano 80-81, stipulato un accordo elettorale con un esponente mafioso della famiglia agrigentina di Cosa Nostra”. Nonostante queste ed altre ammissioni del collegio giudicante, è stata decisa l’assoluzione con una motivazione sconcertante che cito per intero: “La mafia ha sempre votato la DC, partito di maggioranza relativa, poiché era agli uomini esponenti di tale forza al potere che doveva rivolgersi per ottenere vantaggi… Da questa notoria considerazione non discende ancora alcuna conseguenza penale per i singoli uomini politici votati dalla mafia, poiché è necessario acquisire la prova di condotte positive… poste in essere dai singoli beneficiati”. Con parole più semplici: per i giudici non è penalmente apprezzabile che un uomo politico, per di più cattolico, ottenga i voti di un’organizzazione criminale che controlla pezzi di territorio sottratti al controllo dello Stato, bensì occorre avere la prova che quel patto elettorale ha prodotto benefici per Cosa Nostra. Da queste sconfortanti conclusioni traggo due domande che rivolgo agli amici e ai nemici del centrodestra: 1) poiché la Sicilia ha dato il 100% dei deputati al Polo nelle ultime elezioni nazionali, sbaglio se dico che questo è diventato il bacino univoco del voto mafioso? 2) Come si accorda la presenza di uomini come Mannino dentro la coalizione di centrodestra con chi li ha sempre combattuti da posizioni di pura destra o di orgoglio padano? Urgono risposte.

Lettera pubblicata su "Eco di Biella" del mese di gennaio 2002


Gentile Direttore,

 

Le indagini giudiziarie sulla corruzione alle Molinette collezionano le prime esplicite ammissioni che provano la sussistenza di gravi reati le cui implicazioni morali si estendono in settori del centrodestra che governa la Regione Piemonte. Odasso e l’ing. Rosso, beneficiari delle tangenti, sono di Forza Italia e questo partito ha ottenuto indubbi vantaggi assieme ad alcuni suoi esponenti beneficati dal Direttore generale delle Molinette. In un momento di relativismo e di nichilismo, che stanno pietrificando la coscienza civile degli italiani, correttamente le opposizioni in Regione hanno chiesto le dimissioni della giunta e rialzato la bandiera della questione morale che sembrava sopita. Un potente assessore regionale biellese come Gilberto Pichetto ha dichiarato, con il suo stile doroteo per il quale è famoso, che “Odasso è stato punto di riferimento della destra e della sinistra”. Come esponente del centrosinistra ho il diritto di chiedergli: “Che cosa vuoi dire? A chi e a che cosa ti riferisci?” La reazione di Pichetto descrive bene una “cultura” della non differenza. Come dire: siamo tutti uguali, non indigniamoci,: è tutto normale e, quindi, non c’è motivo per cambiare.

Osservo che quasi tutti i direttori generali ai vertici delle ASL piemontesi sono uomini del centrodestra e su alcuni di essi Pichetto ha dato il proprio consenso e tuttora vigila paternamente. S’avvicina il momento della resa dei conti sulla “questione sanità” e chi ha scelto gli uomini sbagliati dovrà rendere conto delle proprie azioni politiche.

Le convulsioni dell’ASL 12 di Biella e la contrapposizione netta tra sindacati ed azienda ne sono il segno premonitore. Non accadeva da tempo che la classe medica, assieme ai dipendenti del Comparto, fossero così determinati nella denuncia dello stato di crisi della sanità biellese, chiedendo un confronto con le istituzioni pubbliche del territorio. Come pubblico amministratore dichiaro che farò la mia parte, come ho sempre fatto, affinché gli operatori della sanità biellese siano ascoltati ed abbiano risposte impegnative sia da chi ha le leve del potere sia da chi si oppone a questo stato delle cose.

Sono convinto che siano maturi i tempi per rivedere il D.lgs 502/1992, la legge di riforma sanitaria, per abolire l’organo monocratico, che è il direttore generale, e consegnare la direzione delle aziende sanitarie ad un collegio di amministratori con competenze specifiche, espressi dal territorio con elezioni di secondo grado.

 

  Lettera pubblicata su "Il Biellese" e "La nuova provincia di Biella" del mese di febbraio 2002


L’ufficio di presidenza del consiglio provinciale di Biella (volutamente scrivo tutto minuscolo), ha organizzato per il 9 marzo un incontro a Città Studi in occasione del 50° anniversario della prima elezione diretta del consiglio provinciale. Il ministro della difesa, Antonio Martino, è stato chiamato per concludere l’incontro che è durato dalle ore 18.30 alle 19.30: un’ora. Molti di noi, esponenti del centrosinistra, hanno deciso di non partecipare a questa passerella voluta su propria misura dal presidente del consiglio provinciale Roberto Pella (Forza Italia). Basta leggere il biglietto d’invito della manifestazione per comprendere che la buona educazione ed il rispetto dei ruoli istituzionali non hanno cittadinanza in quel blocco politico che si chiama “la Casa delle opportunità”.

Il programma è stato monopolizzato dal solito Roberto Pella, dal solito Scanzio, dal leghista Roberto Cota, presidente del Consiglio regionale del Piemonte, nonché dall’incolpevole ministro Martino. Era di rigore l’abito azzurro. Il sindaco di Biella è stato volutamente scartato e così pure il primo presidente della provincia di Biella che si chiama Silvia Marsoni. Come dicono a Roma “era la festa de noantri”. Propongo un applauso a scena aperta alla “Casa delle opportunità” che con soldi pubblici si costruisce la passerella politica e pretende di coniugare democrazia ed insulto alle regole elementari della buona educazione. E’ stato un infortunio? No, è stata la prova dell’uso privatistico e personale delle istituzioni che il centrodestra considera “cosa nostra”.

Lettera pubblicata su "La Stampa" del mese di marzo 2002


Sanità, la stima del deficit resta avvolta nel mistero

In una recente intervista, l’assessore regionale D’Ambrosio continua a mostrare una notevole difficoltà (o reticenza) a rivelare la cifra del deficit del bilancio della Sanità regionale per l’anno 2001. Egli afferma che il deficit non supera i 500 miliardi di lire (oltre 258 milioni di euro). Devo rammentare che il 20 dicembre 2001, durante l’incontro dell’assessore con la conferenza permanente per la programmazione socio-sanitaria, a cui partecipavo come delegato, toccò proprio a me contestargli che il deficit per il 2001 era stimato attorno a 700 miliardi di lire. Egli mi rispose che mi sbagliavo e che il deficit non avrebbe superato i 350 miliardi. La veridicità delle mie parole può essere confermata dal verbale della riunione e dal sindaco di Cavaglià, Aiassa, che vi partecipò assieme a me. Tre mesi dopo, il dr. D’Ambrosio si avvicina di 150 miliardi alle mie valutazioni ed è, in buona parte, smentito dall’assessore ad interim al Bilancio Pichetto che ipotizza un deficit vicino ai 1000 miliardi. E’ tollerabile questa condotta? E chi, nel centrodestra del comune di Biella, non perde tempo con stanche geremiadi ad attaccare il sindaco Susta per il virtuoso indebitamento nell’interesse della città, sente il dovere morale di sussurrare una critica? Ma c’è dell’altro! Da diversi mesi il dr. D’Ambrosio, solerte nelle sue risposte a Ronzani, si rifiuta di rispondere ad una interrogazione con risposta scritta inoltratagli dal gruppo radicale in Regione a proposito di alcune centinaia di milioni illegittimamente erogati nell’ASL 12 e che attendono di essere recuperati. Ho già parlato di questa vicenda sulla stampa locale senza essere smentito da nessuno. Nei prossimi giorni valuterò col gruppo radicale una iniziativa (forse clamorosa) per denunciare uno scandalo ignobile che si trascina da anni con la complicità e il silenzio di molti.

(Lettera pubblicata su "La Stampa" del 5 aprile 2002)


Un esempio lampante di "cultura del non ascolto"

Gentile Direttore,

i lettori biellesi dovrebbero sapere che cosa è accaduto ieri mattina a Torino in occasione dell’incontro – dibattito col ministro della salute Girolamo Sirchia sul tema “L’integrazione socio-sanitaria”. C’erano parecchi rappresentanti delle associazioni del volontariato e alcuni cittadini di Mondovì che protestavano per un inutile ospedale che la Giunta Regionale si appresta a costruire. Sette di loro hanno chiesto di poter parlare nella fase dedicata al dibattito. Che cosa è accaduto, invece? Il presidente della Regione Ghigo, si è ingegnato a giustificare i ticket sui farmaci, sulle ricette e per le prestazioni di Pronto Soccorso; subito dopo,  il ministro Sirchia si è pateticamente esercitato a dire di non fare politica e di lavorare tutti insieme per migliorare la sanità. Applausi, pacche sulle spalle, flashes di fotografi. Sirchia e Ghigo se ne vanno, seguiti dall’assessore D’Ambrosio, dall’assessore all’Assistenza Mariangela Cotto, da tutti i direttori generali delle A.S.L. piemontesi venuti quasi tutti ad omaggiare chi li paga con 180.000 euro all’anno. All’improvviso, la capiente sala Cavour del Centro “Torino Incontra” si è svuotata. I rappresentanti del volontariato hanno protestato a gran voce per questa condotta. Erano venuti per far sentire a Ghigo, a D’Ambrosio, a Mariangela Cotto e, soprattutto, al ministro le loro critiche severe alle decisioni della Giunta regionale in materia di politica sanitaria. Il presidente del direttivo di Federsanità ANCI Piemonte, organizzatore dell’incontro, dr. Giorgio Rabino, ha dovuto scusarsi ma ha invitato lo stesso coloro che avevano chiesto di parlare dicendo che i loro interventi sarebbero stati pubblicati e che gli interlocutori potevano in seguito leggerli. Bella consolazione!

Questo episodio, più di tanti ragionamenti, mostra “la cultura del non ascolto” di chi governa la Regione e di chi governa la nazione. Come controprova che ciò che ho scritto è vero, si chieda conferma al dr. Rabino e a Silvio Aiassa, sindaco di Cavaglià con quale spesso mi incontro in queste occasioni.

(Lettera pubblicata su "La Stampa" del 11 aprile 2002)


Difesa della democrazia e posti di lavoro

Gentile Direttore,

 

un paio d’anni fa, il mio amico Delmastro dichiarò ad un giornalista che se un giorno avesse perso l’autonomia di giudizio e l’indipendenza di criticare anche il proprio fronte politico, autorizzava chiunque a prenderlo a calci nel sedere. Non ricordo le parole esatte, ma il senso del suo pensiero era questo. Pur di difendere la proposta aberrante del governo Berlusconi sull’art. 18, su “La Stampa” di oggi Delmastro cita il suo amico Gasparri il quale ha “scoperto” che la CGIL, coi miliardi spesi per organizzare la storica manifestazione di Roma, avrebbe potuto allestire una fabbrica e dare lavoro a 500 disoccupati. I lettori non faticheranno ad osservare la stravaganza, al limite della barzelletta, di questo colorito ragionamento. Come dire: non spendete soldi per la democrazia, per le elezioni e per far vincere le vostre idee. Naturalmente Delmastro dimentica di dirci quanti posti di lavoro avrebbe creato Berlusconi se avesse speso diversamente i 40 miliardi impiegati per stampare un libro di sue fotografie, staliniano esempio di culto della personalità, inviato ad ogni famiglia italiana durante la campagna elettorale. Caro Sandro, non costringerci a prenderti a calci nel sedere!

(Lettera pubblicata su "La Stampa" del 12 aprile 2002)


I CITTADINI DI BIELLA E LE TASSE COMUNALI

 

Gentile Direttore,

 

alcune settimane or sono, il “Sole 24 Ore” ha pubblicato un servizio nel quale si evidenziava che Biella, tra le città italiane, ha il primato della più alta tassazione comunale pro capite. L’opposizione di centro-destra in consiglio comunale non esitò a dichiarare sulla stampa locale che essa aveva ragione e che un autorevole quotidiano confermava questa anomalia che essa aveva sempre denunciato.

Inutilmente l’assessore Azario, con pazienza pedagogica, si è adoperato per spiegare che il maggior indice di tassazione per abitante era dovuto ai mancati trasferimenti di fondi statali. Lunedì 3 giugno, sullo stesso giornale agitato dal centro-destra, è stata pubblicata la mappa delle città italiane che hanno ricevuto i trasferimenti erariali dal 2000 fino ad oggi. Sorpresa! Biella risulta essere ultima nella classifica dei trasferimenti (penultima è Vercelli) con 149 euro per abitante: Asti ne ha ricevuto 261, Alessandria 227, Genova 349, Aosta 1107,52, Torino 309, Novara 224. La fonte che ha elaborato questi numero è il Ministero dell’Interno, dipartimento della finanza locale. Tutti sanno che in un’analoga situazione, una giunta comunale, se vuole tenere alto ed estendere l’indice di qualità dei propri servizi ai cittadini, deve necessariamente ricorrere ai tributi. Provino i colleghi dell’opposizione a calcolare i vantaggi per i cittadini di Biella se i trasferimenti erariali fossero proporzionati a quelli di altre città simili a Biella. Mi auguro che la stampa locale, nell’interresse generale, dia a queste cifre ufficiali la stessa enfasi che fu data ad altre cifre che necessitavano di un commento circa la causa vera della maggiore tassazione a carico dei cittadini di Biella.

 

Cordialmente

 

(lettera pubblicata da "La Stampa" nel mese di giugno 2002)